La vita che si vede

La copertina del libro di Antonello Sollai

È un vezzo stoico quello del poeta dei tempi odierni, intento com’è a destreggiarsi all’interno di una realtà semi-sorda, arroccata in una mediocre opulenza fondata sulla ricerca del fenomeno del momento.

L’industria culturale, oggigiorno, si incentra sul dato numerico, sul seguito conformista e modaiolo, ignorando qualsiasi forma di approfondimento che possa toccare, turbare o semplicemente andare oltre il limite del consentito di ciò che viene inteso intelligibile nell’accezione comune. I limiti altrui diventano impossibilità di comprensione e, dunque, che sia tutto un sentimento da intrattenimento a trionfare, situazione che tocca anche la poesia non meno di altre arti con sciatti emuli d’oltre oceano. Il valore del simbolo, la ricerca lessicale, l’evocazione del vissuto vanno pian piano perdendosi con la conseguente rinuncia a un ventaglio espressivo proprio dell’uomo.

A cosa serve la poesia in un mondo in cui la narrazione è la solita fuffa eroica del self made man, dell’uomo che affronta le avversità e le supera, di colui che dice e fa, sa e conosce tutto, legittimando se stesso attraverso l’atto della sfida vincente?

Antonello Sollai, al suo esordio con “La vita che si vede”, attua un’operazione inversa: rappresenta un eroe rovesciato, in quanto consapevole dell’inutilità della parola, così come la conosciamo, una parola che proietta l’Io in forma pura, incurante delle conseguenze. I suoi sono versi stesi come un’arte pittorica carica, al pari di un dipinto di Caspar Friedrich, e se «Il pittore non dovrebbe dipingere solo ciò che vede davanti a sé, ma anche ciò che vede dentro di sé. Se dentro di sé non vede nulla, allora eviti anche di dipingere ciò che vede davanti a sé», valga lo stesso per il poeta scarnificando l’adulazione, evitando di millantare sentimenti che non gli appartengono, riportando la scrittura poetica a una dimensione privata e non esclusiva.

Si pone al centro della poesia di Antonello Sollai una grande questione esistenziale, quel saper vivere in bilico tra vita pratica e vita estetica incrinato nel conflitto interno tra una natura contemplativa ed una d’azione. Una poesia che per ricercatezza ed immaginario pittorico ricorda il primo Montale, ma che al tempo stesso se ne distacca. Sollai ritorna ai paesaggi da uomo comune del proprio tempo, trasfigurando la propria realtà nei versi, espediente sapientemente attuato in funzione di ricerca spirituale e lessicale, un percorso che, tuttavia, scivola irrimediabilmente in una non soluzione dell’essere in quanto è vita ciò che è mistero, ciò che è dubbio. Il poeta sardo non vagheggia commiserazioni, al contrario lascia emergere un impeto quasi romantico pregno di una coscienza che si stanzia nei luoghi d’origine, immedesimandosi in una voce che spiega una forza immaginifica fuori dal comune.

Al lettore-forestiero non resta che addentrarsi in una coltre a tinte forti, attraverso un “Io” che irradia una potenza straordinaria. È poesia dell’istante al fermo immagine quella di Sollai, versi che esprimono con una carica eruttiva un’epifania dell’esistenza in cui aleggiano numerose sfaccettaure: la scoperta, la sorpresa, il rimpianto e l’amarezza, ma anche la famiglia e la gioia delle persone amate. Ed è un compiersi che pare alludere ad un’esistenza in parte altrove, in parte in loco, che immortala l’esperienza della vita in maniera universale, con la consapevolezza della limitazione corporea. Una poesia che affronta l’indolenza riportando in auge un afflato di sofferenza inspiegabile, lacerandosi nell’insaziabile fame del dubbio. Cosa c’è di più impopolare?

Interessante l’utilizzo del “Tu”, organico a un monologo interiore diretto a figure femminili vitali, al pari dell’Esterina o della Clizia del Montale, esseri di fascino inarrivabile che propongono in chiave poetica il tema della virtualità, non intesa come fuga dalla realtà, ma come parte essenziale ed intimamente personale della realtà stessa, in quanto condizione del sentire, del giudizio e della (impossibilità della) scelta. Sia la poesia a parlare e a svelare l’inarrestabile gioco della vita che contempla, che vede e desidera, che soffre e rinuncia per fedeltà a se stessa, la realtà di un uomo con la propria solitudine che, come un faro, proietta la propria luce su un mare il cui al di là resta sempre ignoto, pertanto impossibile da raggiungere e compenetrare. Dunque vitale, in quanto nulla è più desiderabile di ciò che è impossibile da ottenere, senza false illusioni.

Ecco alcune poesie contenute dal libro.

OTTOBRE

L’odore acre dei carrubi sedimenta
sulla rosa che ritrova il suo riserbo.
Non m’accompagna più luna marina
né la condanna d’un silenzio mi consola.
Questo parlarmi tuo, la tua parola
di strada in strada spersa,
intreccia trame fragranti sulla terra
che non sa di questo mio momento,
del mio sentire come nel petto m’entri un altro abisso.
Pensieri passano. E l’albanella è qui.
Forse è per lei che resisto
sul farsi dell’autunno che indulge al sonno i cortili
sospeso tra i tuoi fumi che non sanno
il nero della notte
né il rompere del tuono sopra i lecci e sulle attese.

***


È di bene ogni parola che taccio 

sull’armonia solenne del tuo viso.

È una milonga

la danza di nuances tra i tuoi capelli 

e tu divampi sulla neve 

delle mie larghe distanze.

Tra i portici e i bovindi si dibatte

rossa la luce e strazia i picchi in rada.

Alterità in te vive. E ubiquità.

Ti nomino e sei già dentro ogni cosa:

luce serale che sopra il porto posa.

***

Io sono l’assassino!
Con mani di lutto
asciugo la vena
arabescata del marmo.
Sono il già detto
l’ingorda parola
che cuce promesse
con fili di polvere.
Sono l’armata
di ore scandite
sull’oro dei giorni
sui seni del pianto.
Presumi…
Presumi…
Tu non presumere!
Non disputare con me
la partita!
Io sono il Tempo:
ho una sola parola
poliglotta tagliente
con cui dico il tuo nome
ai miei cani apodittici.