Perché è sbagliato il Tfr in busta paga

Finita la crociata sullarticolo 18, è cominciata subito un’altra guerra di religione: parte del tfr (il trattamento di fine rapporto, meglio noto come liquidazione o buonuscita) spalmato in busta paga. Il concetto è semplice: il lavoratore non prende tutti i soldi spettanti al termine del rapporto, ma può usufruire di una parte di essi mentre è ancora attivo.

Scrive Stefano Patriarca su lavoce.info:

È una buona idea, purché si lasci al lavoratore libertà di scelta. Quanto agli oneri aggiuntivi per le imprese, il problema potrebbe essere risolto coinvolgendo nell’operazione il sistema bancario.

Insomma l’operazione ha trovato l’approvazione del sito che rappresenta un punto di riferimento per quanto riguarda l’economia. E, a un primo impatto, sembra impossibile essere contrari al tfr in busta paga, perché porta effetti immediati sul reddito delle famiglie con la moltiplicazione dell’effetto-80 euro.

Allora perché è sbagliato il Tfr in busta paga?

La contrarierà (indipendentemente dalla sua fattibilità) verso questo provvedimento deriva da una riflessione più ampia: la politica, anche nell’affrontare la difficoltà del quotidiano, non può concentrarsi solo al presente. Il principio-base del tfr è quello di fornire al lavoratore un piccolo “patrimonio” da gestire quando ha cessato il rapporto. Si dirà: «Meglio beneficiarne da giovani, che in età avanzata». Questa posizione, in apparenza pragmatica, riflette l’assoluta assenza di visione futura, che ha già portato al (sostanziale) fallimento l’Italia, che si “arricchiva” attraverso l’incremento del debito pubblico, vivendo da cicala.

Alla fine di un rapporto lavorativo, è necessario che una persona possa disporre di un bel gruzzolo per gestire i prossimi accadimenti e magari programmando gli anni davanti a lui. Anche il principio secondo cui “la decisione spetta al dipendente“, è solo un falso approccio liberale: fare una domanda del genere in tempi di crisi è assolutamente pretestuoso. Un po’ come se in Grecia si tenesse un referendum sulla permanenza nell’euro.

La politica ha (anzi avrebbe) il compito di analizzare gli eventi oltre le “contingenze”, perché altrimenti i cittadini potrebbero fare tutto da sé. E finirebbero per aver ragione alcuni populisti…

Qui l’articolo di Patriarca su lavoce.info.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI