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Romano: «Questa sinistra sarą travolta alle elezioni»
Di Redazione (del 21/06/2007 @ 10:29:59, in Interviste, letto 4492 volte)
Andrea Romano è editorialista della “Stampa” e docente di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata. Ha pubblicato per Mondadori “Compagni di scuola”, in cui ripercorre la vicenda politica dell’attuale leadership dei Ds alla quale dedica giudizi poco lusinghieri. Sfera pubblica lo ha intervistato sul Partito democratico, futuri scenari politici e politica estera.

Nel comitato per il Pd non figura nemmeno un quarantenne. L’età media dei 45 membri è superiore ai 50 anni. Non si rischia di tagliar fuori i giovani da un progetto che vuole coinvolgere proprio le nuove generazioni?
Sono abbastanza scettico verso il “giovanilismo”: non per forza un giovane è più bravo di un “anziano”. Io auspico un Partito democratico con nuovi quadri dirigenti, ma che abbiano esperienza in politica: la soluzione non è pescare giovani a prescindere. Pensiamo ai partiti di centrosinistra in Europa: Zapatero non è che facesse tutt’altro. È stato sempre un militante, e il suo partito ha saputo produrre una nuova classe dirigente. Lo stesso avviene in Gran Bretagna, come avveniva anche in Italia. Pensiamo al Pci: era pieno di giovani quadri. Ma ora la crisi dei partiti ha prodotto l’incapacità di rinnovamento. Per il Partito democratico il futuro non è roseo: il Pd nasce come una sconfitta di Ds e Margherita, però viene presentato come un’innovazione. Io credo che non ci sarebbe niente di male ad ammettere la sconfitta. Il problema, inoltre, è che il Partito democratico non può nascere per sistemare le persone alla guida del partito: sembra che ci sia un copione già scritto.

Il Pd quindi rischia di proporsi come partito-azienda?
In realtà le aziende che funzionano bene, sono migliori del Partito democratico: nessuna azienda si tiene un amministratore delegato fallimentare, facendo un riferimento voluto a Prodi e al governo.

Dunque il suo giudizio sull’operato dell’esecutivo è negativo…

Questo è un governo catastrofico che sta peggiorando la propria performance: sembra ormai sicuro il fatto che il centrodestra ottenga un risultato straordinariamente felice alle prossime elezioni, anche per la irresponsabilità della classe dirigente che non ha capito che è giunto il momento di andare via.

L’esecutivo arriverà a fine legislatura?
Non credo proprio. Ma forse non lo pensano neanche Prodi e gli altri membri del governo.

Salverebbe qualche ministro?
Di certo Bersani mostra determinazione, coraggio e responsabilità, anche se potrebbe fare molto di più sulle liberalizzazioni. Tra i “meno peggio” c’è pure Parisi. Trovo molto deludente, invece, Massimo D’Alema e la politica estera italiana: troppo velleitaria e ipocrita. Il problema di fondo, comunque, è la irresponsabilità militante di questa classe dirigente: per salvare se stessi per ancora qualche mese, stanno compromettendo il futuro prossimo.

Questa classe dirigente è quindi arrivata al capolinea?

Credo che sarà sconfitta alle elezioni. D’Alema, Prodi, Rutelli e anche Fassino sono consapevoli che tra cinque anni non svolgeranno un ruolo di primo piano. Eppure loro stessi nel Pci seppero fare battaglia per emergere e fecero una spettacolare operazione di take-over politico. Questo nei Ds non è più successo.

Vede dei possibili nuovi quadri dirigenziali?
Ci sono. In termini di qualità personali, i Ds sono pieni di ottimi dirigenti: penso ad Andrea Orlando, Nicola Zingaretti e altri ancora. Sono bravi, ma sono cresciuti in un partito in cui viene incoraggiato il conformismo, la mediocrità, il “codismo”. Quindi anche le migliori qualità vengono conculcate. Il risultato è che la qualità media dei Ds è bassa: finché non verrà tolto questo tappo non potrà emergere nessuno. Del resto, lo diceva Gramsci: il compito di chi comanda è di creare nuove classi dirigenti. Pensate alla Chiesa cattolica e alla sua capacità di produrle. Purtroppo i partiti politici vengono da una crisi istituzionale ventennale, così, per risolvere l’assenza dei giovani dalla politica, scelgono la soubrette: non è affatto la soluzione ideale. Penso a Diaco, che è pure un ragazzo simpatico, viene invitato alle convention per dare una patina di giovanilismo, evitando però il problema vero del rinnovo della classe dirigente.

Sull’immobilità del governo non ha influito anche il Partito democratico?

Certamente un governo così affaticato complica le cose al Partito democratico. Il Pd, di cui c’è gran bisogno per rispecchiare l’elettorato ulivista, nascerà dopo la sconfitta politica: occorre questo passaggio di chiarificazione. Io non auspico la vittoria del centrodestra, anzi penso che una classe dirigente più responsabile ce l’avrebbe potuta risparmiare. Bisogna travolgerla, altrimenti non se ne andrà mai. Questo pensiero l’ho sentito esplicitare addirittura da alcuni dirigenti dei Ds, che ovviamente in pubblico non lo dicono.

Parliamo del suo libro “Compagni di scuola”. Le reazioni nei Ds sono state contrastanti: da via Nazionale ha personalmente ricevuto più attestati di stima o critiche?

Era un libro provocatorio, quindi costruito per generare reazioni brusche. Alcuni mi hanno detto che ho sbagliato. Altri mi hanno confidato che avevo ragione, ma non lo avrebbero mai dichiarato apertamente. Mi sono rifatto ad un modello di pubblicistica anglosassone: si interpreta l’esperienza politica di un leader per aprirne un dibattito. Tra i maggiori interessati (Veltroni, D’Alema e Fassino, ndr), Fassino mi ha detto che il libro gli era piaciuto.

E Veltroni come lo vede nei panni di nuovo leader?

Veltroni è un personaggio unico nel panorama politico italiano: riesce a presentare un volto pubblico accattivante e suadente. Il contrario di D’Alema: io però tendo ad apprezzare la trasparenza, anche acida, di D’Alema rispetto al “fumo rosa” veltroniano. Vi faccio un esempio: Veltroni mi ha telefonato il giorno prima che uscisse il libro, benché non ci conoscessimo. Mi ha tenuto mezz'ora al telefono senza tradire la minima arrabbiatura. Io credo che Veltroni sappia cavalcare una parte dell’antipolitica italiana: è il meno usato e il meno usurato. Purtroppo la cosa che non mi piace del sindaco di Roma è la mancanza di vero coraggio. Coraggio che rivendica continuamente, ma di cui il suo percorso politico, sebbene sia stato onorevole, ne è privo.

Anche a D’Alema rimprovera il fatto di non aver osato?
D’Alema è stata la migliore risorsa politica della sinistra italiana dopo Togliatti e Berlinguer. Ha un carisma che non hanno altri: gli rimprovero di non aver usato questo dono naturale per trasformare la sinistra italiana in un soggetto politico riformista e non più minoritario: insomma farla diventare un “Pci di governo”. D’Alema ci ha provato, ma quando si è accorto delle difficoltà di portare a termine il progetto, ha rinunciato. Alla fine ha sempre pensato che la sinistra italiana non fosse riformabile.

Dei movimenti di aggregazione che si stanno attivando a sinistra, e che forse si realizzeranno anche a destra, cosa ne pensa?
Io auspico che a sinistra questo processo si chiarisca prima possibile. Una delle tragedie dei Ds è stata quella di aver voluto fare tutte le parti in commedia: i riformisti, i massimalisti e via dicendo. Io, ad esempio, non avrei scommesso sull’uscita di Mussi dal partito. Questa è stata una mia analisi sbagliata, ma è un bene che sia successo: all’interno dei Ds convivevano anime troppo diverse. Io spero che Bertinotti, o chi per lui, riesca a dare alla sinistra antagonista una stabilità politico-organizzativa. Un processo di questo tipo, che si chiami sinistra democratica o antagonista, è un processo che servirà al Partito democratico.
A destra, la situazione è più complessa. Il problema è Berlusconi: è veramente un padrone e, come vediamo dal caso Brambilla, non ha assolutamente alcuna responsabilità politica. Se lui fosse veramente il capo della destra italiana, si sarebbe preoccupato già da tempo di dare una leadership futura, oltre che una base politica diversa. Invece si permette anche di farfugliare, di giocare, di irridere i propri alleati inventandosi queste candidature che sono bizzarre, antipolitiche e cesaristiche. Insomma non ha niente della feroce ma salutare lotta politica che ha prodotto Sarkozy. Lì c’era un partito che funzionava, lui è sceso in campo, non provenendo dalle aziende ma da una lunga carriera politica. Ha sfidato il presidente della repubblica francese. Insomma, ha un curriculum ben diverso dagli improbabili futuri leader proposti da Berlusconi.

Politica estera. Nel Regno Unito ci sarà il passaggio ufficiale di consegne tra Blair e Brown. Secondo lei riuscirà il nuovo primo ministro ad affrontare Cameron?

Brown ha dalla sua parte un periodo di spettacolare crescita economica. Probabilmente uno dei decenni più vitali della recente storia britannica. Non ho mai visto Brown come l’antagonista di Blair sul piano politico, al contrario di quanto si pensi in Italia. Sicuramente lo era sul piano personale, come spesso accade tra persone che la pensano allo stesso modo. Adesso Brown si trova ad affondare un paradosso: il merito di Blair è stato quello di aver trasformato dei conservatori in un… partito progressista. I conservatori che si sono dibattuti sempre della nostalgia tatcheriana, ora sono quelli che incalzano i New Labour sul piano progressista, pensiamo alle tematiche ambientali. Un bel confronto con Cameron. La difficoltà sicuramente sarà sul piano di politica estera. Brown sarà molto meno filo-europeo di Blair.

"Compagni di scuola" è la storia dei Ds, o sarà anche la storia del Pd?

Compagni di scuola è la storia del Pci, dell’ultima generazione prodotta dal partito comunista. La storia di “Compagni di scuola” è la storia di una generazione politica di grande successo, efficace, e che ha grandi meriti, ma che non ha capito quando passare il testimone.

Le questioni etiche, prima ancora di quelle economiche e politiche, dividono sin da ora i due partiti che confluiranno nel Pd. Qual è la soluzione per superare i contrasti, quale il modo per indicare una via unitaria?
Dipenderà molto dalla leadership che ci sarà. In tutti i grandi partiti c’è una diversificazione sui temi: pensiamo che nel New Labour ci sono i trozkisti. Non voglio fare il cantore delle capacità taumaturgiche del leader, ma è evidente come una tale figura sia necessaria. Di fronte ad argomenti come i Dico, e ora il testamento biologico, la mancanza di una leadership forte si avverte. Fassino, ad esempio, non è riuscito a controllare nemmeno le ultime uscite di alcuni esponenti della Margherita in merito al testamento biologico. Ha paura che alcune questioni di questo tipo creino un problema al Partito democratico e allora si tira indietro. La colpa non è dei teodem, la colpa è di una leadership che manca.