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“La guerra civile fredda” di Luttazzi, la satira diventa comunicazione politica
Di Stefano Iannaccone (del 19/03/2010 @ 09:26:57, in Libri, letto 809 volte)
Daniele Luttazzi scrive un manuale di comunicazione politica. L’affermazione potrebbe sembrare uno sketch del satirista e invece è un dato che emerge pagina dopo pagina in “La guerra civile fredda” (Ed. Feltrinelli). Il libro raccoglie il monologo del “Decameron”, lo show che fu censurato da La7 (con la motivazione di una battuta ritenuta sgradevole su Giuliano Ferrara), più altri spezzoni di scritti e spettacoli. Luttazzi parte con un ritmo di gag esilaranti, ma lentamente inizia una vera e propria lezione di marketing politico, resa sapida dal suo humour sempre pungente con venature amare in piena sintonia con il suo personaggio.

Struttura. In “La guerra civile fredda”, il satirista spiega la struttura comunicativa di Silvio Berlusconi, ponendo come pietra di paragone il film la Finestra sul cortile di Hitchcock: emerge quindi un ritratto pregnante della costruzione dell’immagine del leader del Pdl, seguendo lo schema dei framing di Lakoff. Luttazzi, tuttavia, non segue un percorso a senso unico: nel suo monologo vi sono numerose e spietate critiche al Partito democratico, incapace, a suo modo di vedere, di contrastare il modello berlusconiano con una piattaforma alternativa. La comicità luttazziana, quindi, finisce per essere pienamente bipartisan, smentendo l’idea che lui sia “uno dei tanti anti-berlusconiani”.

Riflessione. Le critiche rivolte a Luttazzi puntano in molte occasioni sul “cattivo gusto” di alcune sue battute. Nel libro, però, il satirista illustra anche le basi culturali da cui prende spunto il suo stile: l’approccio è rivoluzionario per il panorama italiano, molto abituato al politically correct dal quale sono in pochi a rifuggire senza perdere visibilità mediatica. L’autore, quindi, espone le sue tesi sul modo di fare satira: una visione ovviamente personale, e quindi criticabile, che però ha il merito innegabile (e raro nella pubblicistica) di proporre una riflessione sul proprio stile artistico. Insomma, nel libro non mancano battute che suscitano perplessità (soprattutto nelle sue invettive contro i ministri), ma almeno Luttazzi fornisce una osservazione sul motivo per cui le dice (o le scrive).

Target. Il testo è evidentemente rivolto a un’ampia fascia di lettori, benché i contenuti (le critiche al governo, alla Chiesa e in generale al sistema socio-economico dell’Occidente) operino una sostanziale selezione del target di riferimento: i suoi discorsi raccolgono di sicuro maggiore successo tra elettori di sinistra o persone disilluse dalla Politica e dal Potere. Infine, sarebbe prezioso comprendere fino in fondo i messaggi luttazziani, evitando, come accade spesso con i satiristi, di fermarsi alla superficie dell’ironia.