Rendere nota la propria posizione su un tema, promuovere iniziative politiche, avviare meccanismi di feedback sui post pubblicati: gli aggregatori assolvono a una serie di funzioni, che da sempre li propone come strumenti “promozionali”, privi di uno status riconosciuto (come invece avviene per il dilagante fenomeno dei social network) in merito alla diffusione di notizie.
Tuttavia, senza che ci sia un’adeguata riflessione sul tema, essi stanno diventando una nuova forma di editoria on-line. In primo luogo occorre proporre una classificazione degli aggregatori tra politicizzati (Kilombo e Kligg per la sinistra, Tocqueville per la destra, o anche legati ai partiti come il democratico Pdnetwork, il radicale Fainotizia e il socialista NonsoloZapatero), di flusso (che prediligono la possibilità di votare i post, tipo Wikio, Fainformazione, Oknotizie, Upnews) e strutturati (con una impostazione da giornale tradizionale, come Taggatore e Liquida).
L’elemento che connette le diverse modalità di aggregazione è la possibilità di offrire un grande numero di informazioni, entrando in contatto con gli internauti in uno scambio costante di opinioni e quindi con un ampliamento della visione personale sugli eventi. Il mutamento rispetto al giornalismo tradizionale è evidente: con gli aggregatori si concretizza la vera informazione 2.0, attraverso l’integrazione di contenuti di molti utenti anche grazie alla funzione di commento ai post. L’approccio, difatti, non è lo stesso di Wikipedia, in cui ognuno può modificare il testo-base: il livello di interazione, nel caso degli aggregatori, è circoscritto al contatto diretto nel dibattito avviato nel post e alla facoltà di diffondere link “amici” (o magari “contesati”). Tale atteggiamento permette, quindi, di mantenere una “personalità” sul web in confronto all’anonimato che impera nella più grande enciclopedia in Rete, in cui gli autori non lasciano alcuna firma nemmeno sotto forma di pseudonimo.
La seconda parte sarà pubblicata domani.
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