Flavio Malaspina – Il dopo è solo per gli dei

Un libro di poesie sulla dissacrazione dell’ordinario, una via di fuga dall’essere, un tentativo di elevarsi, senza tuttavia mai riuscirci. Flavio Malaspina, il poeta del nulla.

Copertina de "Il dopo è solo degli dei", ultimo libro di Flavio Malaspina

“A me stesso che non esisto”. L’esergo che introduce “Il dopo è solo per gli dei”, seconda fatica del poeta milanese Flavio Malaspina, è tutto un programma. In questo mondo è l’uomo a non avere lo spazio necessario a vivere, si divincola in una condizione effimera, alienante e sfuggente di una realtà che annichilisce di volta in volta passioni, vitalità e spinta morale. Proiettati perpetuamente in una dimensione di posteriorità inutile, in quanto ogni essere umano viene dal nulla e si risolve nel nulla, si vive e si muore senza possibilità di sopravvivenza. Date queste premesse, quale senso dare a questo estraniante sentire di incompiutezza, punto di approdo di un finale già scritto e noto? Ecco che entra in gioco la dissacrazione dell’ordinario, la quale diviene una via di fuga dall’essere, un tentativo di elevarsi, senza tuttavia mai riuscirci. Il passato non esiste, il futuro non ha possibilità di essere, occupiamoci dunque del presente perché: «Qualsiasi cosa sia / il dopo / è solo per gli dei» (p. 15).

Eppure la dimensione del passato esistenziale non è del tutto assente nei versi di Flavio Malaspina, anzi vi si scorge un fondo di delusione che solo in un secondo momento si tramuta in nichilismo, a volte stemperato da una sarcasmo nero, dal sapore vagamente anglosassone, come in “Quando te ne andasti” (p. 54).

Quando te ne andasti,
lasciasti i tuoi libri sul tavolo della mia cucina
ed io ogni sera, per cena,
strappavo una pagina e la mangiavo,
masticando lentamente
e scoprendo nell’inchiostro la tua piccola e misera vita.+


Sembra un rovescio dell’ormai celebre motto: «siamo nani sulle spalle dei giganti» di Bernardo di Chartres. Qui però la fame è assimilazione di un dolore necessario a mantenere in vita l’oggetto della mancanza e, in questa vorace solitudine, non vi è alcuna propensione alla saggezza né all’elevazione. L’essere umano si mostra incapace di imparare e nobilitare il proprio spirito, ciò che appare è solo la condizione disperata dell’essere stretto nella morsa del desiderio di avere e riavere indietro senza alcuna possibilità di guarigione. La vita quotidiana è una malattia, una cappa asfissiante di noia, di bassezze e di profonde e insolute lacerazioni che non danno tregua. A salvarci forse subentra il senso della provocazione collusa un viscerale senso della morte, un formidabile abbraccio tra la resistenza e lo scetticismo che rendono la voce del poeta estremamente personale: «La morte, / ma lì, / è questione/ di carisma» (p. 74).

Pubblicato nella collana Lepisma-Floema di Controluna a cura di Giuseppe Cerbino, “Il dopo è solo per gli dei” esprime un certo gusto antilirico senza scomodare autori come Salvatore Toma o Simone Cattaneo. Tuttavia Flavio Malaspina è dotato anche di uno spiccato senso aforistico che lo rende, dal punto di vista stilistico, estremamente diretto e scarno: le parabole poetiche si esauriscono quasi sempre in pochi versi mettendo in primo piano il concetto a scapito del ritmo e della musicalità. Qualcuno potrebbe vedere in questo un modo di versificare sgraziato, eppure non si può non riconoscere nel poeta milanese una voluta predilezione per l’informe, il deforme e l’insolito, tutto ciò in funzione di un messaggio fortemente esistenzialista della propria poesia. Questa forma lontana dalla tradizione non è impoetica, semplicemente veicola una differenza stilistica che nell’immaginario collettivo poco si presta alla poesia. Non è un caso che in Flavio Malaspina non vi siano velleità estetiche, ma solo esigenze espressive ed esistenziali che nascono dal rifiuto dell’armonia tra le parti come fine ultimo, considerando che tutto è destinato a scomparire. L’uomo rappresenta un’entità calata in un contesto disarmonico e se non è possibile ambire all’infinito si può sempre, realisticamente, puntare al nulla (Io voglio essere questo), un nulla, ironia della sorte, da venerare con estremo senso religioso (Preghiera) perché è la fine ciò che veramente resta, l’unico vero patrimonio comune.