Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola

Il libro di Lucia Triolo è un'opera che vibra, pulsa di vitalità e rappresenta il processo dell’infatuazione e del divampare amoroso con estrema intelligenza ed efficacia

Nel corso di un cammino artistico accade di avvertire l’esigenza di volersi mettere in gioco con un cambiamento di fronte, una virata improvvisa che porti alla realizzazione di un’opera totalmente diversa da quelle precedenti. Un fatto inaspettato, insolito, spiazzante che da una penna come quella di Lucia Triolo ci si poteva anche aspettare, sebbene non nel giro di un lasso di tempo così breve.

Negli ultimi anni l’autrice palermitana si è fatta apprezzare come poeta sulle riviste e ai concorsi letterari, ma sarebbe ingenuo non riconoscere nei “Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” una sfida del tutto diversa. Per la prima volta Lucia Triolo ci offre un libro che possiamo considerare un “ibrido”, in quanto può ben definirsi un vero e proprio racconto sotto forma di dialogo intervallato da poesie che fungono da piacevoli interludi. Il risultato è interessante per i contenuti, per la scorrevolezza, ma soprattutto per la tenuta narrativa. La forma aderisce perfettamente al tono diretto e giocoso che i personaggi assumono nel corso della vicenda: Lucia Triolo adotta una scelta stilistica precisa utilizzando un linguaggio che si avvicina al teatro, anche dal punto di vista sintattico, volto a sprigionare un’irresistibile ironia, capace di parlare di amore e sessualità con leggerezza sebbene non manchino tratti segnati da una profonda e intensa malinconia. E sempre parlando di teatro, non è un caso che la seconda parte del volume sia scritta in forma teatrale con tutti (o quasi) gli accorgimenti del caso per un’eventuale messa in scena. Questi dialoghi fanno leva su un tono enfatico in funzione espressiva, una drammatizzazione che paradossalmente sdrammatizza la serietà dei contenuti ed è questo che li rende credibili e coinvolgenti.

La trama si concretizza in un dialogo tra Vagina, Anima e Lenzuola sullo sfondo della vicenda amorosa tra Vania e Nicola, innamorati ai tempi del web. Ad ostacolare e a porre fine a questa relazione potenzialmente molto intensa nata sui canali virtuali ci penserà la situazione famigliare di Nicola, sposato e con figli, elemento che di fatto rende impossibile un rapporto normale con Vania. Nel mezzo di questa passione dirompente, il travaglio emozionale viene affidato alle voci di Vagina, Anima e Lenzuola. A Vagina spetta ricoprire il ruolo sentimentale e istintivo, ad Anima tocca mantenere l’equilibrio tra l’io e le pulsioni sessuali, a Lenzuola, invece, di interpretare il lato disilluso della realtà. Lucia Triolo non contrappone i personaggi dividendoli in modo sempre netto, a volte rimescola le carte. Così Vagina si strugge nel gioco d’amore lasciando trapelare la necessità dell’atto amoroso al di là dell’epilogo, Anima si smarrisce a causa di una continua e travolgente tensione tra erotismo e necessità di mantenere integra la propria identità, mentre Lenzuola si lascia trasportare dagli eventi mettendo per pochi istanti da parte la propria vocazione al disincanto. Malgrado la complessità, l’intreccio del dialogo si mantiene sempre spassoso e dinamico, brioso e condito da quell’adorabile spirito adolescenziale che l’autrice riesce abilmente a riprodurre.

Vagina: Conoscenza appena iniziata? Che idea sbagliata. Di lui sapevo già tutto e il tutto che sapevo era solo ciò che in lui desideravo. Come chiamarla? Una conoscenza per desiderio? Sì, forse può andare. In cima alla scala, dove eravamo, ci conoscevamo in quel che desideravamo. E desideravamo noi stessi. […]
Lenzuola: Già. La vostra simbiosi era tale che creava una perfetta coincidenza anche tra i vostri desideri: desiderava sempre ciò che tu ti aspettavi e volevi che desiderasse. Con quanta gioiosa sorpresa ce ne mettevi da parte! […]
Anima: Lo andavi conoscendo nel desiderio che aveva di te. Anzitutto desiderio fisico. Ti faceva seguire tutte le evoluzioni, il crescere di questo suo desiderio. Continuava a mostrartelo improvvisamente con le immagini senza alcun preavviso. Senza falsità o timidezze. E tu te lo trovavi così d’un tratto accanto, impaziente, innamorato, esigente, senza pudore nell’esplosione piena del desiderio.
Lenzuola: Ah ah ah eccolo là: quel gran clitoride che chiamano pisello! E… vi ritrovaste i quindicenni di vent’anni prima.

“Dialoghi di una vagina e delle sue lenzuola” è un’opera che vibra, pulsa di vitalità e rappresenta il processo dell’infatuazione e del divampare amoroso con estrema intelligenza ed efficacia, rivendicando senza alcun timore la centralità del corpo visto come entità che parla all’animo di ognuno di noi, non solo alle donne. Il corpo si pone anche in relazione alla virtualità, altra dimensione affrontata spesso con superficialità ed erroneamente intesa quale sinonimo di irrealtà. Lucia Triolo, invece, ne lascia intuire le potenzialità esplosive descrivendo il grado di coinvolgimento emotivo che si innesca nei rapporti sul web, a volte talmente potenti da poter trascinare due individui in una passione travolgente, anche se impossibile. Sono sufficienti attenzioni, complimenti e condivisioni e al mondo degli istinti tutto può essere concesso, il confine tra desiderio e corporeità è sempre più labile in questa epoca dove la sessualità trova nuovi territori per esprimersi. Non si dà adito a rappresentazioni semplicistiche e nemmeno moralistiche. Il rimasuglio dell’unione lascia il segno, marchia a fuoco al di là della personalità attraverso la fusione tra istinto e idealizzazione. Sullo sfondo si adagia la solitudine che la dimensione virtuale promette di neutralizzare, ma alla fine bisogna amaramente fare i conti con le proprie incomprensioni e con i desideri irraggiungibili, rimanendo coscienti che anche le sconfitte più brucianti hanno valore e importanza nella vita di ogni essere umano. Che cosa significa essere adulti se non portare dentro di sé questa consapevolezza? E che importanza ha tutto questo se poi l’amore va per la propria strada? A questo Lucia Triolo non darà alcuna risposta ma, citando Athanasia di Oscar Wilde, potremmo dire: “Noi viviamo sotto il dominio devastante del tempo: / Esso è il tenero figlio dell’eternità”.


Forse sono stata il tuo errore.
Non è bello, sai, sentirsi l’errore di qualcuno!Forse sono stata il tuo peccato.
Non è bello, sai, sentirsi il peccato di qualcuno!
Forse sono stata il tuo veleno.
Non è bello, sai sentirsi il veleno di qualcuno!
Io sono stata il tuo Amore.
È bello, sai, sentirsi l’Amore di qualcuno!