Manovra e liti di governo, perfetto assist al “così torna Salvini”

Gli italiani sono abbastanza stufi di maggioranza litigiose. Lo sanno tutti i leader, ma nessuno pare davvero curarsene

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Altrimenti torna Salvini. Sembra questo lo slogan del governo nato appena poche settimane fa e che sta già raggiungendo tensioni tali da far paventare una crisi (sic). Eppure a colpi di litigi e di evocazioni del ritorno del leader leghista, l’esecutivo sembra spalancare proprio la porta a Salvini. Al suo ritorno al potere, non si sa se “pieno”, come auspicava sotto il sole di agosto, ma comunque una repentina riabilitazione. La lite continua, la tensione verso un possibile precipizio, avviata con la discussione sulla manovra, è il miglior viatico alla nuova crescita di consenso della Lega e del centrodestra ritrovatosi unito a Piazza San Giovanni.

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Perché è bene ribadirlo: l’operazione del Conte 2 può funzionare solo con un’azione di largo respiro, di politica alta (e sì, che espressione démodé), di una visione capace di andare oltre l’orticello del proprio partito. Altrimenti, il destino del fallimento è segnato. Senza piano B e con tanto di “torna Salvini”, eccome. Anzi: lo stesso Salvini avrebbe con maggiore legittimazione a causa dell’eventuale naufragio dell’alternativa proposta.

Lite Continua, ancora

Gli italiani sono abbastanza stufi di maggioranza litigiose. Lo sanno tutti i leader, ma nessuno pare davvero curarsene: vorrebbero un governo attento alle loro istanze e meno concentrato sul farsi la guerra per qualche percentuale di consenso in più. Eppure, in maniera clamorosa, l’esecutivo si sta connotando per una micidiale capacità di battibeccare su tutto, finendo per paventare elezioni anticipate dopo nemmeno i fatidici 100 giorni del Conte e dopo aver strombazzato un orizzonte di legislatura per questo esperimento politico. Inutile soffermarsi su quanto sia dannosa e perdente questa non-strategia.

Il governo dei non-ultimatum che lo sono

È singolare la tecnica del non-ultimatum: a parole tutti sostengono di non lanciare ultimatum, accusando sempre gli alleati di farlo. Ma nella pratica ognuno fissa i propri paletti, indicandoli come insormontabili (del resto il governo è nato sulla base di un ultimatum, quello di Luigi Di Maio sull’accettazione dei 20 punti del programma del Movimento 5 Stelle). Così, per dirla con le parole del ministro e capo delegazione dem Dario Franceschini, “un ultimatum al giorno leva il governo di torno”.

Una battuta che sintetizza un problema di comunicazione, oltre che politico. Perché alla lunga gli elettori si stufano. E preferiscono davvero il ritorno di Salvini dopo un’incoronazione alle urne: solo a quel punto, forse, sarebbe chiaro il disastro creato con questo governo di Lite Continua. A meno che non intervenga un chiarimento. Ma serio e non della durata di un’intervista.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI