Renzi contro Renzi? Il suicidio perfetto (che i renziani non vogliono)

Ci sono tre motivi per cui Matteo, quello toscano, rischierebbe molto distruggendo l'operazione che lui stesso ha costruito

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Ancora non è nato il governo Movimento 5 Stelle-Partito democratico e già è iniziato il totopronostico sulla sua caduta. E in particolare su quale sarà la mano che colpirà a morte l’esperimento, che sta muovendo – non senza fatica – i suoi primi passi. L’indiziato numero uno, leggendo i giornali, è lui: Matteo Renzi. Sì, proprio l’ex presidente del Consiglio che, con la più classica delle mosse del cavallo, ha rovesciato il tavolo. Mettendo in ambasce il suo omonimo, quello padano, di stanza (ancora per poche ore probabilmente) al Viminale con l’intento di spedirlo per un po’ di tempo nella traversata dell’opposizione.

Davvero a Renzi conviene ‘uccidere’ il governo?

In molti, dunque, ritengono Renzi il possibile fattore destabilizzante, il leader che avrebbe l’interesse di rovesciare la tavola che ha imbandito in pochi giorni. Eppure questa tesi appare improbabile, a meno che non cerchi il suicidio perfetto, come ha fatto “l’altro Matteo”, ossia quello padano. In questo caso, vien da pensare ironicamente, sarebbe evidente (oltre che un caso di studio) che è il nome a favorire queste tendenze.

Ci sono tre buoni motivi per cui l’ex segretario del Partito democratico non ha, o non dovrebbe avere, interesse a ricoprire il ruolo del killer della coalizione (sempre ammesso che parta, come diceva qualcuno) 5 Stelle-dem. La prima ragione è sotto gli occhi di tutti, è davvero palese oltre che arcinota a per chi mastica un po’ di politica: il responsabile delle crisi di governo paga il conto. Un conto salato. Per informazioni citofonare a via Bellerio (in alternativa per qualche ora è possibile chiedere all’inquilino del Viminale).

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C’è poi un secondo elemento di riflessione: tra le persone comuni, al di fuori della bolla social-mediatica, l’operazione M5S-Pd è tutta intestata a Renzi. Certo, il segretario dem, Nicola Zingaretti, ha poi acquisito un ruolo centrale nella trattativa, alla luce della carica ricoperta. Ma chi non segue la politica tutto il giorno, ha ben compreso che l’alleanza M5S-Pd è il coniglio tirato fuori dal cilindro di Pontassieve (con la sponda del suo nemico giurato Beppe Grillo). Dunque, in caso di pugnalata al (sempre eventuale) Conte 2, Renzi farebbe saltare l’operazione-Renzi. Un progetto talmente politichese difficile da spiegare agli elettori, di qualsiasi estrazione.

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E infine va considerato un terzo fattore: i renziani, diventati all’improvviso i più tenaci sostenitori dell’accordo con Luigi Di Maio in ottica scaccia-Salvini, avrebbero tutto da perdere e nulla da guadagnare. Se Renzi facesse la scissione dal Pd, sarebbe infatti tutto da verificare il peso elettorale del suo partito. E quindi sarebbe da valutare la possibilità di rielezione in Parlamento dei fedeli dell’ex presidente del Consiglio, che attualmente spadroneggiano nei gruppi dem. Detto con brutalità: i renziani potrebbe allontanarsi dal loro leader per conservare una posizione di vantaggio numerico. E strategico.

Certo, tutto può accadere (come abbiamo visto in 20 giorni) con ribaltamenti di scenari repentini tali da sorprendere anche i più smaliziati osservatori. Ma se il progetto di Matteo, sempre quello toscano, è quello di far fallire il governo sarebbe un suicidio politico perfetto. Facendo compagnia all’omonimo padano, che nel frattempo potrebbe aver ripreso fiato. E vendicarsi (politicamente).

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI