Comunque vada, è stata una pagliacciata

Nelle ultime settimane il dibattito proposto ai cittadini è stato degradante: la totale assenza di visione, di una strategia e del percorso da portare avanti è sotto gli occhi di tutti

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Uno spettacolo indecoroso e dannoso per la credibilità delle Istituzioni. Così la politica ne esce a pezzi: detto senza mezzi termini, comunque vada è stata una pagliacciata. Lungi dal fare qualunquismo, perché buttare tutto nel calderone è una delle scelleratezze culturali che ci ha portato a questo punto (un punto molto basso), ma nelle ultime settimane il dibattito proposto ai cittadini è stato degradante: la totale assenza di visione, di una strategia e del percorso da portare avanti è sotto gli occhi di tutti. Ogni giorno ha avuto il suo colpo di scena come se la “non crisi di governo” (perché di fatto la crisi è rimasta virtuale, solo tra poche ore dovrebbe essere conclamata) fosse una specie di calciomercato con le notizie fatte circolare e sparate in prima pagina, salvo andare incontro a mezze smentite. Con una serie di trattative più a mezzo stampa che effettive, scaricando le tensioni e le titubanze sul Quirinale che più di ascoltare i leader non può fare.

I fatti della non crisi di governo agostana

Per capire la questione, mettiamo i fatti in fila, perché i fatti sono a prova di smentita. Il 6 agosto al Senato viene approvato il decreto Sicurezza bis, il governo incassa la fiducia su un voto delicato che mette a dura prova la tenuta della maggioranza. Ma che, appunto, tiene: è bene ripetere che l’esecutivo ha la fiducia del Parlamento, o meglio del suo ramo in cui la maggioranza è meno solida da un punto di vista numerico. Insomma, nessun problema in Aula, al di là dei litigi a mezzo social. Il 7 agosto, sempre a Palazzo Madama, c’è la discussione sulle mozioni sul Tav: si può affermare, senza timore di smentita, che si è trattato di un dibattito ininfluente sui destini dei lavori della Torino-Lione. La decisione era stata già assunta dal governo e il confronto parlamentare serviva giusto al Movimento 5 Stelle per archiviare la pratica con una battaglia di testimonianza.

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Eppure un voto ininfluente (peraltro la mozione No Tav è stata nettamente bocciata) ha portato allo smottamento e all’inizio di una delle peggiori estati della politica italiana. Salvini, l’8 agosto, annuncia con un comunicato la sfiducia al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il giorno dopo al Senato viene depositata una mozione di sfiducia firmata Lega.

La lunga fase di calciomercato della non crisi di governo

Di fronte a un atto così duro, la conseguenza logica avrebbe dovuto essere l’uscita dal governo dei ministri leghisti. Invece no. Per primo Salvini fa circolare la voce (“Siamo pronti a tutto”), ma poi resta comodamente ministro dell’Interno. E con lui tutti i ministri e i sottosegretari leghisti. Ripetiamo, dunque, per chiarezza: un partito vuole sfiduciare, con tanto di mozione, un governo, in cui però ci sono i pesi massimi dello stesso partito. E i ministri non battono ciglio, anzi in qualche caso provvedono a fare nomine come se nulla fosse. Tutto legittimo, per carità, ma la coerenza avrebbe richiesto ben altro comportamento.

Ma non finisce qui, avrebbe detto qualcuno. Dopo che al Senato slitta il voto sulla sfiducia a Conte (con la Lega che va sotto il 13 agosto sul calendario dei lavoro), viene calendarizzata alla Camera, il 22 agosto, la riforma costituzione che prevede il taglio dei parlamentari. Salvini, nell’ennesima trattativa di calciomercato, aveva detto poco prima di volerla votare, approvarla definitivamente e andare subito al voto. Cosicché quella stessa riforma entrerebbe in vigore non nella prossima legislatura, bensì in quella successiva ancora (che verosimilmente inizierebbe nel 2024, per capirci in mezzo ci sarebbero due edizioni delle Olimpiadi). Anche in questo caso hanno prevalso gli esercizi muscolari a discapito del buonsenso. Da più parti la revisione della Costituzione è stata brandita come mezzo tattico.

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Prosegue così la settimana che assomiglia alle ultime, febbrili, ore di calciomercato, quando i procuratori e i dirigenti cercano di chiudere gli affari quasi sul gong. Salvini, a Ferragosto in conferenza stampa, afferma che “a Dio piacendo” vorrebbe essere ministro dell’Interno anche il prossimo Ferragosto e aggiunge, in un messaggio rivolto a Luigi Di Maio e al Movimento 5 Stelle, che il suo telefono è sempre acceso. Gli ultimi giorni sono stati letteralmente schizofrenici. E ovviamente nessuno dei big ha veramente proposto un’analisi e indicato una strategia, affidandosi con scarsa audacia, per non dire pavidità, al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in realtà – a crisi conclamata – è chiamato ad ascoltare le proposte dei partiti per capire i margini di esistenza di un’eventuale nuova maggioranza o per sciogliere le Camere e portare l’Italia alle elezioni Politiche dopo poco più di un anno mezzo dal fatidico 4 marzo. Il Quirinale non può fare molto altro, l’Italia è una Repubblica parlamentare non presidenziale.

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La crisi e i danni alla credibilità della politica

Finita l’esposizione dei fatti, è necessaria qualche considerazione aggiuntiva: l’eccesso di tattica, la sfiancante strategia, gli eccessi di comunicazione hanno soffocato, ulteriormente, la credibilità del sistema politico italiano. Magari qualcuno ha provato a tenere la barra dritta, tentando di portare un barlume di lucidità e razionalità nel dibattito, ma è finito sott’acqua, anzi sotto la fanghiglia di questa eterna non crisi di governo.

Senza fuggire alla responsabilità di fare nomi, di sicuro Salvini ha una quota parte di responsabilità più alta. Gli annunci roboanti e le marce indietro a “telefono acceso” sono state uno spettacolo che avrebbe potuto risparmiarci in questo agosto surreale. Ma anche da altri attori politici sono arrivate ambiguità e furbizie, con la chiarezza rimasta una chimera. Ed è tragico, davvero tragico, che a poche ore dal discorso di Conte al Senato nessuno sappia davvero cosa fare nei prossimi giorni, anzi nelle prossime ore. In tutto questo, gli italiani vedono con preoccupazione ai prossimi mesi con il possibile aumento dell’Iva che si staglia sull’orizzonte del 2020.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI