Per Salvini, il taglio dei parlamentari val bene una crisi di governo

È stato trovato un piccolo casus belli per non far riaprire la Camera con il voto a un provvedimento ostile

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I troppi “no” c’entrano poco con la crisi di governo e l’accelerazione verso le elezioni anticipate. E non regge nemmeno la spaccatura, per quanto evidente, sul voto in Senato per il Tav: del resto i lavori per la Torino-Lione vanno avanti e sarebbero comunque proseguiti indipendentemente dall’esito del voto a Palazzo Madama. Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, l’uomo dei “sì”, che chiede solo “tanti sì”, ha in realtà rotto il patto di governo per dire, anzi per non dire apertamente un “no”: quello al taglio dei parlamentari (da 945 a 600, con 400 deputati e 200 senatori). Perché affermarlo apertamente sarebbe stato impopolare. Ma la deflagrazione politica sotto il sole di agosto ha un chiaro timbro: scongiurare la diminuzione dei seggi da distribuire. Anche perché questo passaggio avrebbe prolungato, per motivi tecnici, la durata della legislatura.

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Il treno deragliato della riforma

È vero che quella riforma è stata fatta troppo in fretta (come è capitato molte volte in questi mesi di legislatura quasi morente) come misura-bandiera: la diminuzione dei costi della politica potrebbe passare per una riduzione agli stipendi dei parlamentari, senza per forza ricorrere a tagli lineari della rappresentanza, tema serio in un momento di svilimento delle Istituzioni democratiche. Insomma, si poteva ragionare su qualcosa di diverso e più approfondito. Ma a prescindere da queste valutazioni di merito, quel testo è stato un incubo per i leghisti, costretti a votarlo nei tre passaggi parlamentari per non sembrare “attaccati alla poltrona”. Il taglio dei parlamentari, peraltro, era uno dei pochi temi su cui il Movimento 5 Stelle non ha traccheggiato, andando spedito “come un treno” (per usare un’espressione cara ai due ex amici Di Maio e Salvini, ma che ironia della sorte su un treno è arrivato il deragliamento di questa esperienza di governo).

Così è stato trovato un piccolo casus belli per non far riaprire la Camera con il voto a un provvedimento ostile, visto che il 9 settembre ci sarebbe stato il via libera definitivo a Montecitorio. A quel punto “cosa fatta, capo ha”, ossia la situazione sarebbe diventata irreversibile: la riforma sarebbe stata intoccabile nei decenni. Perché si può fare tutto, cancellare tutte le leggi sgradite (Salvini ha già in testa l’eliminazione del reddito di cittadinanza), ma sarebbe stato impossibile, in futuro, riscrivere quella parte di Costituzione inserendo un nuovo aumento di parlamentari senza evitare l’ira popolare.

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Comunicazione a colpi di poltrone

Non è un caso che Salvini abbia subito detto che le elezioni anticipate mettono a rischio le poltrone ministeriali della Lega. Ha cercato di tenere lontana l’ombra poltronista. Ma le sue parole non sembrano avere molta solidità: i sondaggi accreditano il Carroccio di un consenso che farà verosimilmente aumentare le poltrone sia in Parlamento che nei Ministeri. E quando ha chiesto “pieni poteri” ha di fatto ammesso le reali intenzioni: fare il pieno di poltrone, altro che le sette attualmente occupate nel Consiglio dei ministri. Così, il mal messo Movimento 5 Stelle ritrova un’arma di propaganda molto cara: la lotta alla Casta, al sistema dei “vecchi partiti”, potendo agitare l’arroccamento contro il taglio dei costi della politica. Bisogna vedere quando, però, questo argomento faccia ancora presa.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI