Nel nome del padre: Salvini e i 60 milioni di figli

Il pater familias che si rifà anche a un concetto tradizionale di società: l’uomo al comanda della famiglia, che tira “avanti” tra tanti problemi

Matteo Salvini in un comizio (Foto tratta dalla sua pagina Facebook)

Un altro pezzo della strategia del buonsenso, quel “buonsensismo” che ha fatto apparire Matteo Salvini come un’opzione valida per il 34% degli italiani andati alle urne alle Europee. “Ho 60 milioni di figli” a cui dar da mangiare è in linea con la comunicazione portata avanti da Matteo Salvini (lo ha detto in un intervento pubblico). Probabilmente la sua pietra miliare: quello di semplificare il messaggio contro la complessità dei fatti. E viene ricondotto nella sfida all’Europa: prima i soldi agli italiani, poi le regole del mercato e dell’Unione.

Facile, no? Cosa farebbe un padre di famiglia? Penserebbe a sfamare i figli, tutti. Dunque, da una parte la ragionevolezza dall’altra la freddezza della burocrazia. In sintesi: un principio di “buonsenso”. Semplicemente accettato dalle persone comuni. Del resto, non è la prima volta che Salvini fa ricorso alla strategia del “padre di famiglia”, come testimonia questo tweet di quasi due anni fa. 

Una sintesi perfetta della strategia perseguita. L’elemento-base della dimostrazione di azione forgiata sul buonsenso, la stessa qualità di chi è chiamato il bilancio di una famiglia, costretto a fronteggiare le restrizioni quotidiane. Il pater familias che si rifà anche a un concetto tradizionale di società: l’uomo al comando della famiglia (in questo caso, lui, Matteo Salvini), che tira “avanti” tra tanti problemi, inciampi messi da avversari e persone “invidiose” (a cui mandare qualche bacione). Una strategia che punta a un elettorato ben definito, molto tradizionale e tradizionalista, ma che vuole coinvolgere anche altre persone, acuendo il sentimento di sfiducia verso l’Europa. Una sorta di matrigna cattiva e poco ragionevole, nella narrazione salviniana.

L’iperbole dei 60 milioni di figli non è poi frutto di un’uscita eccessiva. L’obiettivo era quello di attirare l’attenzione, far discutere (soprattutto i detrattori) di questa affermazione. Con lo scopo di raggiungere la maggiore audience possibile. Un effetto virale “per critica”: se ne parla per attaccare, deridere, prendere le distanze. Ma se ne parla, comunque tanto. E anche questo aspetto non è un fatto nuovo nella struttura comunicativa di Salvini.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI