In Cima alla scala verso il paradiso: la vittoria della vittima sacrificale

I quasi mille chilometri in solitaria, o meglio in compagnia di qualche collega coraggioso, non sono stati inutili

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Trecento metri. Il traguardo è là, una distanza minima, il minimo per il sogno: passare primi. Al Giro d’Italia. Lo sogni da bambino, dalla prima volta che pedali in bicicletta, con gli amici, alle prime gare, con gli avversari da adolescente. Vincere una tappa al Giro, che poi puoi raccontarlo ai figli, ai nipoti. “Quella volta che…”. Che ho battuto tutti. Trecento metri. Cosa vuoi che siano per Damiano Cima, 26 anni della Nippo Fantini, dopo aver fatto 900 chilometri di fuga, disperata e appassionata. Ma dall’esito scontato. Tante ore di avanscoperta giusto per la pacca virtuale sulle spalle dei telecronisti e l’applauso simbolico del pubblico da casa, le urla di incoraggiamento dei presenti ai bordi delle strade. Con il ritorno al ruolo di vittima sacrificale, del fuggitivo di giornata, inghiottito dal gruppo per lo spettacolo finale.

Eppure i metri non sono tutti uguali. Ognuno ha ben altro valore, se di fronte c’è quell’agognato striscione, da superare prima di tutti. Allora quei trecento metri non sono metri qualsiasi da mettere sotto le ruote. Capisci l’importanza perché stavolta alle spalle non c’è un’affannata compagnia che sbuffa fino all’ultima, stanca, pedalata dei gregari attardati: senti il vento, lo spostamento d’aria provocato da una mandria che schiaccia i pedali, quasi fino a spaccarli; un ronzio di centinaia di catene e ruote infuocate dalla velocità, eccitata da quello striscione.

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È una carica imbufalita che rumoreggia per acchiapparti, metterti alle spalle, come accade sempre, perché è l’epilogo atteso. Naturale, per chi è presente al Giro d’Italia come il “movimentatore” delle tappe. Ma i sogni, a volte, si realizzano. E i quasi mille chilometri in solitaria, o meglio in compagnia di qualche collega coraggioso, acquisiscono un senso diverso: non sono stati inutili, come magari ci si poteva rassegnare a poche ore dalla fine della corsa. Quei quasi mille chilometri da attaccante sono stati la scala per il paradiso, come direbbe qualcuno. E alla fine c’è la vittoria. La vittoria della vittima sacrificale.

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Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI