Elogio della bellezza: la borraccia di Nibali e la rinuncia di Ringhio

I social e i siti sono impazziti, disabituati a tanta generosa bellezza

Non è stata la leggendaria foto della borraccia passata tra Coppi e Bartali, perché quella è insuperabile. È un pezzo di Storia del Paese, non solo del ciclismo. Ma le rampe del Passo del Mortirolo, ieri, hanno comunque offerto un’immagine spettacolare, un manifesto per il ciclismo.

Siamo alla 16a tappa del Giro d’Italia: Vincenzo Nibali scatta, mettendosi alle spalle i “muri” della scalata grondanti acqua a causa del diluvio che inonda i ciclisti, con la spietatezza delle pedalate in alta quota; lo Squalo raggiunge lo spagnolo Franscisco Ventoso, attaccante di giornata, che si arrampica ciondolante sulle pendenze arcigne della salita con un solo obiettivo: superare la vetta, indipendentemente dalla posizione. Bisogna solo tagliare il traguardo entro il tempo massimo.

Il momento del passaggio della borraccia

Proprio Ventoso, velocista con qualche piccola soddisfazione alle spalle, d’istinto afferra la borraccia e la passa al campione siciliano. Un attimo, un soffio di poesia. Non conta che i due corrano per due diversi team: uno nella Ccc, l’altro nella Bahrain Merida. Il campione va aiutato.

È impossibile che Ventoso potesse valutare l’impatto mediatico e social del suo gesto, spontaneo. Bello. E per la sua essenza romantica, i social e i siti sono impazziti, disabituati a tanta generosa bellezza. Forse perché di questa sportività se ne vede poca in giro: primum vincere, è il motto dello sport contemporaneo, ribaltato in pochi secondi sulle rampe del Mortirolo. In un gesto romantico, che trasuda quel sentimento antico della condivisione della fatica. Tipica del ciclismo.

La rinuncia generosa di Gattuso

Ma altrettanto bello, seppur meno poetico, è stato un altro gesto, di un altro sport che non si contraddistingue sempre per la lealtà reciproca. Involontariamente è arrivato a pochi minuti dalle immagini del Giro d’Italia. La decisione di Ringhio Gattuso di lasciare la panchina del Milan, senza farne una questione di soldi. Anzi sì: una questione di soldi che riguarda gli altri, le pendenze (non nel senso del Mortirolo, chiaramente) della società con il suo staff. Tutto il resto non conta: ci si dimette rifuggendo da rancori, frasi polemiche e pretese economiche.

Un quasi miracolo nel Paese delle “dimissioni mai” e delle rivendicazioni velenose a posteriori. E certo, questi due episodi non cambieranno la storia dello sport e sicuramente da oggi saranno più gli atti di prevaricazione, la vittoria a ogni costo, a veleggiare nello sport, rispetto alla borraccia di Nibali e Ventoso, e alla rinuncia di Ringhio. Ma restano due momenti da immortalare, da raccontare: elogiare, con semplicità, la loro bellezza.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI