Chi lo spiega un (eventuale) voto anticipato con la maggioranza sopra il 50%

“C’è una maggioranza che ha i numeri? Vada avanti”, è il ragionamento semplificato

La foto pubblicata sui social ieri da Matteo Salvini

Il governo potrebbe non reggere all’onda d’urto delle Europee, che ha visto la travolgente vittoria della Lega di Matteo Salvini. Un risultato che ricalca alcuni dei sondaggi più ottimisti. La tempesta leghista ha spazzato via le 5 Stelle del Movimento, che è scivolato con percentuali da terza forza, drammaticamente ridimensionato rispetto al marzo 2018. Vista così, il governo sarebbe destinato a durare il tempo di un consiglio dei ministri.

Eppure una logica vuole che in realtà prosegua, vada avanti almeno per i prossimi mesi: l’area della maggioranza resta al di sopra del 50%, sebbene con i rapporti di forza invertiti rispetto alle Politiche dello scorso anno. Ma agli italiani questo aspetto interessa poco: mandare il Paese al voto, nonostante due partiti abbiano la maggioranza dei voti, sarebbe un rischio. Per tutti. Salvini e Di Maio possono anche non piacere e avere i loro difetti, ma conoscono bene la “pancia” dell’Italia (o in realtà la testa di molti elettori), che non si affanna nelle sottigliezze, usando il un bilancino tarato sulla Prima Repubblica, rispetto alla situazione politica. È un modo di pensare, nuovo in un certo senso, emerso alle Politiche e che viene confermato dalle Europee.

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“C’è una maggioranza che ha i numeri? Vada avanti”, è il ragionamento semplificato. Dunque diventa complicato spiegare agli elettori l’ennesimo, eventuale, ritorno alle urne. L’analisi del voto dei due partner di governo è semplice: la Lega stravince, il Movimento 5 Stelle straperde. Per troppi mesi Salvini è apparso il vero leader della coalizione ha conquistato terreno, come un ciclista che indossa la maglia rosa con un vantaggio immenso: a nulla sono serviti gli assalti di Di Maio nelle ultime settimane. Il gap era troppo ampio, ormai. Come era previsto dagli analisti più attenti il reddito di cittadinanza ha sortito il più classico degli effetti boomerang: si era creata un’attesa debordante (doveva abolire la povertà) intorno a questo provvedimento, che però è stato inserito con una serie di paletti. E con un impatto limitato da un punto di vista elettorale (a differenza degli 80 euro di Matteo Renzi che interessarono una fascia di popolazione più ampia con una percezione più forte), creando più delusioni che approvazioni. 

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Ma tutto questo non basta a evocare scenari indolori di voto anticipato: sarebbe comunque un azzardo, un salto nel vuoto. Le vicende politiche insegnano che tentare di “passare all’incasso” elettorale può causare sorprese negative. E in tal senso anche il de profundis del Movimento appare prematuro: i 5 Stelle hanno grande capacità di adattamento. Se i vertici sapranno gestire questa fase senza ulteriori traumi, i pentastellati continuano ad avere un ruolo centrale nella politica italiana. Anche perché le Europee non sono le elezioni preferito dal M5S.

Europee 2019: Pd e dintorni, cosa accade a sinistra

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Per quanto riguarda il Partito democratico, il quadro non è propriamente strabiliante: l’insediamento di Nicola Zingaretti alla segreteria ha portato a un’inversione di tendenza nelle percentuali. Non c’è stato un calo, ma l’aumento non è stato così impattante da far prefigurare imminenti riscosse. Anzi in termini assoluti mancano anche decine di migliaia di voti rispetto alle scorse Politiche. Il profilo di Zingaretti, come “uomo dell’unità” del centrosinistra, non ha calamitato milioni di voti, ha solo garantito l’ennesima “bella sconfitta”, nel solco di quanto accaduto nelle Regionali in Abruzzo e Sardegna. 

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Nell’area a sinistra del Pd non va granché meglio: l’alleanza La Sinistra ha fatto molto peggio di Liberi e Uguali lo scorso anno e non è stata capace di intercettare i voti in libera uscita di Potere al popolo (che non si è presentato alle Europee), finiti probabilmente ai Comunisti di Rizzo; mentre la lista Europa Verde ha fatto registrare una crescita rispetto ai risultati tradizionali dei Verdi, restando tuttavia lontana dai numeri dell’onda verde europea. Potrebbe essere, comunque, un punto di partenza per il futuro. Un altro interlocutore naturale del Pd, +Europa, non ha colto la propria specificità identitaria, quella cifra europeista manifestata fin dalla denominazione. E il quorum del 4% è rimasto lontano.

Europee 2019: cosa resta del centrodestra

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Quel che resta del centrodestra tradizionale non può prescindere dalla Lega, ormai forza egemone. Forza Italia, nonostante il ritorno sulla scena di Silvio Berlusconi negli ultimi giorni di campagna elettorale, conferma il proprio avvitamento. Cresce così il pericolo di un imminente sorpasso di Fratelli d’Italia, che invece ha interpretato il messaggio sovranista extra-governo. Ed è facile immaginare che la leader Giorgia Meloni continui lungo questa strada. 

Come cambia la comunicazione con Salvini solo al comando

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Pochi giorni fa si è corsa, al Giro d’Italia, la tappa Cuneo-Pinerolo un tributo a una tappa leggendaria, quella “dell’uomo solo al comando. Il suo nome è Fausto Coppi”. Al termine degli scrutini c’è una riedizione elettorale di quella frase: nella politica italiana c’è un uomo solo al comando. E il suo nome è Matteo Salvini. Le Europee consegnano questo quadro: la maglia rosa, per restare in tema ciclistico, è il ministro dell’Interno.

Insomma, Salvini ha vinto su tutta la linea. Nella campagna elettorale ha imposto il suo profilo davanti agli altri leader. Sia di maggioranza che di opposizione. Per settimane si è parlato sempre del ministro dell’Interno, nel bene e nel male: ha monopolizzato il dibattito, portando agli estremi la polarizzazione. 

Nella conferenza stampa post elettorale ha anche rimarcato gli attacchi e gli insulti, vestendo i panni della vittima accerchiata. Ma non è un cedimento al vittimismo: si tratta della prosecuzione di quel ruolo di pivot ricoperto finora. L’unica risposta reale è quella di “non pensare all’elefante”, come recita un noto libro di George Lakoff. Gli avversari di Salvini devono elaborare una loro narrazione, indipendentemente da cosa fa il leader leghista. Gli striscioni e i vari Zorro sono anche simpatici da far girare sui social. Ma non spostano gli equilibri in campo. 

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI