Miss Italia, lo stolto guarda sempre il dito e non la luna

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A diciotto anni le sciocchezze le abbiamo dette tutti, nessuno escluso. A diciotto anni ci si sente padroni del mondo, e alzi la mano chi non s’è sentito così a quell’età, perché significa che sarebbe degno interprete di “Man in black”, ovviamente utile per interpretare il ruolo di un alieno. Qua c’è poco da fare e da dire, Alice Sabatini ha sussurrato quella che in gergo viene definita una “baggianata”, più che altro sul finale del suo intervento, quando ha aggiunto che, essendo donna, lei la guerra non l’avrebbe fatta. Ma quel “mi sarebbe piaciuto vivere nel 1942” non è risposta banale e magari dimostra, nella sua semplicità, che puoi legger la storia quanto vuoi, ma se poi gli eventi non li vivi in prima persona, non capirai mai esattamente cosa è successo. Vogliamo parlare degli errori riscontrabili sui testi scolastici, del fatto che ogni anno le famiglie debbano sobbarcarsi spese assurde per libri che puntualmente ogni anno che passa diventano “antichi” secondo i baroni della scuola? Vogliamo parlare poi di chi quei libri li ha scritti senza coscienza, solo perché commissionato dall’editore di turno, previo scambio testo-denaro? O addirittura di quelli “politicamente impegnati” che, a seconda dello schieramento, hanno faziosamente prodotto testi antifascisti o anticomunisti? Meglio lasciar perdere, servirebbero una Treccani e innumerevoli dibattiti per cavar ragno dal buco.
Molto peggio, se permettete, chi nella finale di “miss Italia” ha esternato la frase “siete belle, quindi avrete successo”. Una frase che cancella anni di lotte femminili. Una frase che fa vagheggiare un’Italia pronta a favorire la bellezza e non la cultura. Una frase, inoltre, dettata certo non da una diciottenne, ma da chi ha scavalcato gli “anta” da un pezzo. Allora, come la mettiamo? Peggio la sconclusionata frase di una ragazza di 18 anni o il teorema dell’intellighenzia televisiva? Da parte mia, preferisco comunque una ragazza col tatoo di Air Jordan che ama il basket, i cani e i motori a chi ostenta la saggezza del trash televisivo.

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Massimiliano Morelli

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In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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