Il genocidio armeno, finalmente se ne parla

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Papa Francesco

La Turchia, come previsto, si è irritata molto. Papa Francesco ha avuto, infatti, il merito di parlare di un fatto storico a lungo taciuto per convenienza: il genocidio degli armeni, avvenuto nei primi del Novecento e in particolare nel corso della prima Guerra mondiale. La Repubblica turca ha sempre negato il genocidio, sostenendo che le morti avvennero a causa del conflitto in corso e non c’era alcuna pianificazione di morte su vasta scala. Dunque, nulla di paragonabile al quanto fatto dai nazisti con gli ebrei. Da un punto di vista numerico è vero: 1 milione e mezzo di armeni è una cifra inferiore in confronto a 6 milioni di ebrei. Ma l’orrore è comune di dimensioni gigantesche.

racconti storici mettono in evidenza che gli armeni, di confessione cristiana, furono perseguitati in almeno due fasi: tra il 1894 e il 1896, e soprattutto nel biennio 1915-1916. In mezzo ci sono episodi più o meno chiari. Uno degli esempi principale della persecuzione è il monte Ararat, appartenente all’Armenia storica e ora situato in territorio turco. Una privazione identitaria dal forte impatto culturale. Cosa potrebbe accadere se, per esempio, all’Italia fosse sottratto uno dei simboli?

Il nazionalismo in Turchia, elemento fondamentale della Repubblica, ha sempre fatto leva sulla realpolitik, ossia all’importanza strategica nello scacchiere geopolitico della regione. Quel passato, secondo Ankara, non deve essere toccato, pena l’ira funesta turca. La reazione scomposta, quasi minacciosa, del presidente Recep Tayyip Erdogan («Il Papa non ripeta l’errore») conferma l’ipersensibilità a un evento storico che deve essere spedito nell’oblio, nella damnatio memoriae della cultura turca.

E in un mondo sempre più povero di dibatto culturale, è stato Papa Francesco a far luce sul genocidio degli armeni, ridando quel conforto a un piccolo popolo altrimenti abbandonato. Senza nemmeno il diritto di chiamare le cose con il proprio nome: genocidio.

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