C’è del marcio nel teatro?

Credit photo: Flickr placbo (CC BY-NC-SA 2.0)

“Il teatro è morto”, recita così uno degli anatemi più funesti dell’italiano medio. Purtroppo, in questo caso, non si è molto distanti dalla realtà. Quello che si celebra oggi, 27 marzo, giornata mondiale del teatro, è quindi un funerale?

La  Giornata Mondiale del Teatro, così si legge dal sito di riferimento, (http://www.giornatamondialedelteatro.it ) è stata creata a Vienna nel 1961 durante il IX Congresso mondiale dell’Istituto Internazionale del Teatro su proposta di Arvi Kivimaa a nome del Centro Finlandese. Dal 27 marzo 1962, la Giornata Mondiale del Teatro è celebrata dai Centri Nazionali dell’I.T.I. che esistono in un centinaio di paesi del mondo.
L’Istituto Internazionale del Teatro è stato creato nel 1948, per iniziativa dell’U.N.E.S.C.O. e di personalità famose nel campo del teatro, ed è la più importante organizzazione internazionale non governativa nel campo delle arti della scena.
L’I.T.I. cerca “di incoraggiare gli scambi internazionali nel campo della conoscenza e della pratica delle Arti della Scena, stimolare la creazione ed allargare la cooperazione tra le persone di teatro,sensibilizzare l’opinione pubblica alla presa in considerazione della creazione artistica nel campo dello sviluppo, approfondire la comprensione reciproca per partecipare al rafforzamento della pace e dell’amicizia tra i popoli, associarsi alla difesa degli ideali e degli scopi definiti dall’U.N.E.S.C.O.

La volontà esplicitata è tra le più nobili anche se pende sulla nostra testa la brillante frase di Giulio Tremonti, che nel 2010 e da ministro dell’economia, disse: “Con la cultura non si mangia”. Allora fu una levata di scudi a dimostrare il contrario, ma la verità è che fare cultura, fare teatro nello specifico, e in più in Italia, è faticoso, snervante, il più delle volte fa perdere la salute fisica e mentale, eppure se ci si avvicina diventa un atidepressivo più potente di qualsiasi lexotan.

I dati Istat 2014 mettono in scena uno spettacolo non proprio sconfortante: “Gli spettacoli teatrali, nel 2014, sono stati visti da circa il 19 per cento delle persone di 6 anni e più. Sono soprattutto i bambini e i ragazzi in età compresa tra 6 e 14 anni ad andare a teatro (circa il 30 per cento), dopodiché, al crescere dell’età, la quota degli spettatori diminuisce passando dal 28,1 per cento di chi ha 15-17 anni fino ad assumere valori ben al di sotto della media nazionale tra le persone di 75 anni e più, con l’8 per cento”.

Il Teatro, poi, almeno concettualmente è femmina, ancora l’Istat: “Il teatro è l’unico tipo di offerta culturale, rispetto alla quale la partecipazione femminile è più elevata di quella maschile (20,9 per cento delle donne contro il 16,8 per cento degli uomini) in tutte le fasce di età e, in particolare, tra le ragazze di 11-14 anni che presentano uno scarto di oltre 12 punti percentuali rispetto ai loro coetanei maschi”. (Fonte: http://www.istat.it/it/files/2014/11/C08.pdf)

Infine, frequenza e ripartizione geografica sono così composte: “per l’81 per cento degli spettatori si registra un’affluenza a teatro che non oltrepassa le tre volte nell’anno, contro un 7,2 per cento di chi vi si reca sette volte o più. Si va di più a teatro nelle regioni del Centro (23,7 per cento), rispetto alle quali le regioni del Sud e delle Isole registrano uno scarto dei tassi di fruizione di circa nove punti percentuali. L’abitudine ad andare a teatro è più diffusa, inoltre, nelle aree metropolitane (28,6 per cento nei comuni centro delle aree metropolitane, 21,0 per cento nelle periferie delle aree metropolitane) e nei comuni con più di 50 mila abitanti (20,0 per cento)”.

Probabilmente anche in questa disastrata nazione, come al solito ha dato natali ad alcuni tra i più grandi attori e registi di sempre, c’è una speranza: se sono i bambini che vanno a teatro, se ci sono compagnie giovani, teatri sperimentali, biglietti a prezzi popolari, è soprattutto grazie a chi, con enormi sforzi, sposta l’occhio di bue sulla sua faccia e dice la sua parte.
Attori, registi, ragazzi al botteghino, organizzatori, tecnici e imprese delle pulizie.
Come sempre, anche a teatro, le assi del palco si tengono insieme grazie alla gente che lavora.
E parafrasando la celebre battuta dell’atto I, scena IV di Amleto: C’è del marcio nel teatro? Forse, no.

Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life