Poletti, meno vacanze a scuola. Sì, ma per fare cosa?

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Il ministro Giuliano Poletti ha deciso di guadagnare quel quarto d’ora di visibilità mediatica, così difficile da ottenere in un governo oscurato dall’iperpresenzialismo del suo capo, Matteo Renzi. Il titolare del Lavoro ha tuonato contro la scuola: «Sono troppi tre mesi di vacanza». E giù applausi. Del resto è facile: basta un messaggio populista e il sostegno arriva facile. In una sola frase, infatti, Poletti ha colpito insegnanti e studenti, due categorie spesso in odor di nullafacentismo nel pensiero medio del lavoratore.

“I professori lavorano poco, e i giovani d’oggi non fanno nulla”, sono due luoghi comuni profondamente radicati: affermazioni fatte senza timori di smentite. E ovviamente senza la voglia di ascoltare argomentazioni contrarie, tipo quella che il ruolo dell’insegnante non è solo conteggiabile nelle ore di lezione frontale ma riguarda anche una funziona sociale delicata. Che va giustamente riconosciuta e retribuita.

Ma un governo pop deve lanciare campagne di comunicazione pop, anche solo per smuovere le acque e conquistare qualche cenno di assenso: è nel dna del renzismo. Salvo poi scoprire che i dati dicono un altro fatto: l’Italia, sulle vacanze scolastiche, non presenta grandi differenze rispetto agli altri Paesi.

Meno vacanze a scuola, ma per cosa?

Tuttavia, una domanda dovrebbe essere avanzata in risposta alle parole di Poletti: tagliare le vacanze, ma per quale motivo? Insomma, poniamo che sia un progetto fattibile. In questo caso sarebbe necessario individuare un percorso formativo sostanziale. Visto lo stato dell’edilizia scolastica (su cui il governo, di cui Poletti è ministro, aveva fatto mirabolanti promesse) appare fantascientifico tenere aperte le scuole con 40°C all’ombra e le aule sprovviste di qualsiasi climatizzazione artificiale.

Dunque, visto che Poletti si è lanciato in una battaglia in modo così  temerario, adesso – alla luce del ruolo che ricopre – dovrebbe anche avanzare qualche soluzione interessante. Vogliamo mandare i ragazzi a fare una mini naja, come aveva già immaginato l’allora ministro Ignazio La Russa? Li vogliamo mandare ai mercatini a scaricare cassette della frutta, come vaticinò l’allora ministro Renato Brunetta? Oppure, semplicemente, vogliamo promuovere delle generiche “attività estive”, come già prevede la riforma dell’allora ministra Mariastella Gelmini?

Ecco, sarebbe bello che un ministro del Lavoro si preoccupasse di avanzare una proposta concreta, che possa coniugare istruzione e occupazione. Senza prendere la mira sul bersaglio grosso. Perché – per definizione – è sempre facile da centrare.

Questo articolo è stato pubblicato in Comunicazione e contrassegnato come , , , da Stefano Iannaccone . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Aggiornato alle ore 11:10
Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

E’ nato pessimista nell’81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Al momento dimostra circa 150 anni, qualcuno in meno dell’Italia unita. Gli altri dicono che sia giornalista, lui non lo sa ma continua a scrivere. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato un romanzo intitolato ‘Andrà tutto bene’. Il suo amore si chiama Sfera pubblica. Twitter: @SteI
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