Articolo 18: passa la riforma di centro destra

Giornata storica, quella di ieri per il Partito Democratico. Talmente democratico, dicono i rumors, che è difficile trovarne due che la pensino allo stesso modo.

Ed ecco che ieri le divergenze sono venute a galla, con stoccate tra i vertici che certo non hanno lasciato indifferenti. Fino alle 22, 30 infatti, su Youdem era possibile ascoltare la disquisizione sul Jobsact, che si è conclusa con 130 sì, 20 no e 11 astenuti.

Senza entrare con dovizia di particolare nella querelle, che ha visto volare frasi epiche quali un “Pensa a quelli che le cose le sanno, Matteo” detto dall’ex leader D’Alema, cerchiamo di capire cosa  potrebbe realmente cambiare con la riforma del jobsact, ma soprattutto se togliere l’articolo 18 a coloro che un lavoro lo hanno possa in qualche modo dare diritti o creare posti di lavoro a chi invece un’occupazione fissa proprio non la vede all’orizzonte.

Cosa vuole Renzi: 

1. Estendere i diritti ed universalizzare le tutele.

2. Ridurre le forme contrattuali, favorendo i contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti;

3. garantire servizi per l’impiego volti ad interesse nazionale

4disciplinare i licenziamenti economici, sostituendo l’incertezza del procedimento giudiziario con l’indennizzo monetario, abolendo la possibilità di reintegro che rimarrà solo per i licenziamenti discriminatori e disciplinari.

L’articolo 18, Legge 20 maggio 1970, n. 300

L’articolo 18 è per eccellenzala norma sulla tutela della liberta’ e dignita’ dei lavoratori, della liberta’ sindacale e dell’attivita’ sindacale, nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento.”  Viene da se’ quindi, senza dissertazione alcuna, la comprensione che si stia toccando uno dei pochissimi se non l’unico caposaldo a tutela di uno dei più’ grandi problemi dell’Italia in questo momento: la disoccupazione.

Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo

“Il giudice, con la sentenza con la quale dichiara la nullita’ del licenziamento perche’ discriminatorio ai sensi dell’articolo 3 della legge 11 maggio 1990, n. 108, ovvero intimato in concomitanza col matrimonio ai sensi dell’articolo 35 del  codice  delle  pari opportunita’ tra uomo e donna, di cui al decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198, o in violazione dei divieti di licenziamento di cui all’articolo 54, commi 1, 6, 7 e 9, del testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternita’ e della paternita’, di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n.  151,  e  successive  modificazioni, ovvero  perche’ riconducibile ad altri casi di nullita’ previsti dalla legge o determinato da un motivo illecito determinante ai sensi dell’articolo 1345 del codice civile, ordina al datore di lavoro, imprenditore o non imprenditore, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, indipendentemente dal motivo formalmente addotto e quale che sia il numero dei dipendenti occupati dal datore di lavoro. La presente disposizione si applica anche ai dirigenti. A seguito dell’ordine di reintegrazione, il rapporto di lavoro si intende risolto quando il lavoratore non abbia ripreso servizio entro trenta giorni dall’invito del datore di lavoro, salvo il caso in cui abbia richiesto l’indennita’ di cui al terzo comma del presente articolo.”

Considerazioni

A prescindere da qualsivoglia considerazione sullo status quo delle imprese, che non certo ad oggi tra i primi problemi denunciano l’art. 18, quanto piuttosto le crescenti tasse che non gli permettono lunga vita. A prescindere anche dalla ridicola quantità di persone che toccherebbe il suddetto articolo, posto che la disoccupazione in Italia è talmente alta che anche gli occupati che hanno la fortuna di essere in tal modo tutelati si contano sulle dita di una mano, ad azienda, ci si chiede quanto questa riforma non sia la continuità di una più’ ampia visione di centrodesta volta a tutelare le imprese e sempre meno il singolo cittadino che non ha la possibilità di diventare imprenditore. Ci si chiede inoltre, quanto l’aver toccato un argomento topico quale l’art. 18 non sia un modo per schierarsi in una questione puramente ideologica per cercare attrito con il mondo sindacale e chiedere quindi un aiuto a Forza Italia, ben contenta di rientrare in campo con un buon assist. Last but not least,  si vorrebbe comprendere, per quale assurda ipotesi, salvo l’integrazione dei contratti a tutela crescente- che di fatto non trovano attrito con l’art. 18- con quale logica cancellare un diritto dovrebbe automaticamente porre in essere che ne vengano costituiti di nuovi.

Laura Petringa

Informazioni su Laura Petringa

Addetta stampa, parte dalla finanza e passa poi nel turbinìo del mondo politico. Redattrice viaggi di Libero.it, tornata alla passione originaria si occupa ora di eventi, teatro, musica e arte: le sue passioni. Sommelier, è amante del buon cibo e della moda in tutte le sue forme.