Il fallimento della Primavera araba

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C’è un’entità invisibile che aleggia sulla nuova guerra iniziata contro il terrorismo islamico ed è uno spettro che in molti preferiscono non vedere, perché ricorda errori troppo grandi: il fallimento della Primavera araba. La “favolosa” stagione di rivoluzioni contro i regimi in Nord Africa e Medioriente aveva sollevato speranze, erudite riflessioni sulla democrazia ai tempi di Twitter e approfondite analisi sul cambiamento della geopolitica. Ma a distanza di 4 anni sul terreno ci sono solo vittime, fisiche e morali.

Il macabro biglietto da visita presenta l’immagine delle centinaia di migliaia di morti nella guerra civile in Siria, il cui bilancio è destinato ad aggravarsi ulteriormente. Ma sfogliando le cronache, vediamo che il Paese simbolo della Primavera Araba, l’Egitto, ha vissuto un ritorno al passato: al posto del Faraone Mubarak c’è il generale al Sisi, che in tema di libertà non ha proprio standard occidentali. Nel passaggio da un rais all’altro, c’è stato l’interregno dei Fratelli Musulmani, che non hanno certo incoraggiato un processo democratico nel Paese.

Per quanto riguarda la Libia, poi, è meglio evitare commenti e rimandare a un articolo che può provare descrivere la situazione, che è talmente magmatica da risultare incomprensibile anche all’osservatore più attento. L’elenco è già abbastanza tragico e vogliamo concluderlo con l’unica nota parzialmente lieta, la Tunisia, che dopo forti tensioni sta portando avanti un reale processo democratico.

Il paradosso terribile della Primavera araba, poi, è stato quello di riabilitare le figure che hanno provocato le ribellioni: nessuno lo dice, un po’ per vergogna un po’ per orgoglio, ma oggi in Siria il dittatore Bashar Assad è visto come il “male minore”. Addirittura un potenziale alleato per la guerra all’Isis come ha sostenuto l’ex capo di Stato Maggiore britannico, Richard Dannatt.

Il fallimento della Primavera araba ha così partorito la minaccia globale dello Stato islamico, che ha trovato l’humus ideale nel caos post dittature, tra povertà totale e mancanza di punti di riferimento. Perché ogni rivoluzione presuppone la preparazione dei “rivoluzionari” a raccogliere l’eredità del sistema precedente. Altrimenti l’esito delle rivolte è addirittura peggiore della condizione precedente.

E forse in certi casi l’Occidente, invece di voltarsi dall’altro lato, avrebbe dovuto aiutare fattivamente la formazione di una classe politica indipendente (anche dallo stesso Occidente), capace di traghettare la Primavera Araba in un porto di pace al posto di renderla una tragedia che rischia di non avere fine. Ma questa, forse, è un’utopia.

ipse dixit

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