“Il Pd è anche nostro”

«II PD è anche nostro, è di chi credeva e crede nell’idea dell’Ulivo, nell’idea di integrare le diverse culture del centrosinistra (senza trattino) all’interno di un progetto grande, aperto, inclusivo».

La sintesi dell’intervista a Paolo Sinigaglia, candidato del Pd alle Europee dell’area “civatiana”, è tutta in questa frase.

Lui, nonostante un buon risultato, non è riuscito a entrare nell’Europarlamento e ora svolge l’attività politica all’esterno delle Istituzioni. A Sfera pubblica non lesina critiche al segretario-premier Renzi.

Partiamo subito dal Pd. Come dovrebbe cambiare la gestione del partito?

Abbiamo un leader che ha stravinto le primarie e quindi ha il diritto di impostare la gestione del partito come meglio crede. Detto questo è evidente che in questo momento in cui il PD è così forte dal punto di vista elettorale non ci si occupa a sufficienza del partito, essendo concentrate tutte le energie sul governo. Ricordo l’interessante interlocuzione di Civati con Barca ai tempi del suo documento “Un partito nuovo per un buon governo” e ripenso al grande spazio dato nella nostra mozione nel ripensare il PD come luogo della mobilitazione, dell’ascolto, della definizione dei bisogni e quindi delle soluzioni che possono e devono arrivare anche dal basso. L’altro giorno mi è stato riferito che un segretario cittadino ha suggerito ai militanti di un circolo di “mettersi a pitturare e pulire la città”: va benissimo se è all’interno di un progetto politico ma non possiamo ridurre i circoli ad associazioni di cittadini volenterosi.

Quali errori imputa alla gestione di Renzi? E soprattutto come si può realizzare il rinnovamento (nei metodi più che nei nomi) tanto auspicato?

Mi pare che la rottamazione sia un po’ calata, dopo la sostituzione delle figure di vertice (nel PD e nel governo) è rimasto poco altro: spesso nei territori i gruppi dirigenti del PD sono gli stessi di prima. Inoltre lo stile di conduzione del segretario attuale sembra un po’ troppo decisionista nell’idea di partito e delle istituzioni, infatti la dialettica interna è saltata. Negli organi interni del PD non si discute per trovare sintesi politiche: le decisioni sono già prese e vanno solo ratificate. Ha un po’ ragione Bersani quando dice che questo oggi è più un comitato elettorale che altro. Per rinnovare davvero bisognerebbe cambiare ottica e praticare il metodo del dialogo.

Spesso sul web, e non solo, i “civatiani” vengono accusati di non lasciare il Pd pur non condividendone la linea. Cosa replica a chi dice che dovreste abbandonare dal partito?

Dico che il PD è anche nostro, è di chi credeva e crede nell’idea dell’Ulivo, nell’idea di integrare le diverse culture del centrosinistra (senza trattino) all’interno di un progetto grande, aperto, inclusivo. Dico che questa suggestione di volere e potere fare tutto da soli non ha portato bene in passato e non si capisce perchè dovrebbe essere diverso in futuro. Dico che se ci chiamiamo democratici dovremmo valorizzare le voci critiche che spesso sono portatrici di istanze, progetti, idee diverse che contribuiscono ad arricchire il PD. Dico poi che dovremmo essere tutti impegnati a portare avanti i valori del centrosinistra e tanto varrebbe trovare soluzioni condivise nel nostro campo prima di andare a stipulare patti con chi la pensa in maniera opposta.

Il governo sta vivendo la prima fase di appannamento. Da dove dovrebbe partire per riprendere incisività?

Beh bisognerebbe ripartire dai temi: qualcuno ricorda il “governo del cambiamento”? Ecco, servirebbe un governo che imposti politiche chiare, decise, di rottura rispetto al passato, per esempio in campo ambientale, sui diritti civili, sull’università e la ricerca, sulla corruzione e i conflitti d’interesse. Con un governo di larghe intese (seppur ridotte) questo non è possibile: i compromessi sono all’ordine del giorno. Si veda per esempio lo “sblocca-Italia”: sembra un programma anni ’50 basato ancora sull’edilizia e sul petrolio, non si intravede un nuovo modello di sviluppo.

Lei è stato candidato alle Europee. Come giudica i primi mesi della legislatura nell’Europarlamento?

È ancora presto per dare un giudizio. Quella di Juncker non è la Commissione europea che sognavamo, però registriamo che il processo di democratizzazione dell’Europa prosegue. La politicizzazione delle elezioni (grazie alla designazione del candidato Presidente della Commissione da parte dei Partiti europei) ha portato una politicizzazione della Commissione che può riprendere il suo ruolo di governo europeo in alleanza col Parlamento, facendo somigliare un po’ di più l’intera costruzione europea ad una democrazia parlamentare. Juncker non sarà quindi un nuovo incolore Barroso: sa che deve recuperare indipendenza (anche il fatto di aver scelto 18 tra ex ministri o primi ministri nazionali è significativo) e se lo farà spingendo sulla crescita (perchè la crisi va risolta a livello europeo), sarà comunque un fattore positivo.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI