Gli effetti di Alibaba sull’e-commerce

L’ingresso “prepotente” di Alibaba nel mercato occidentale è di quelli che stravolgono gli schemi. Perché per la prima volta un servizio online proveniente dalla Cina tenta di allargare il proprio bacino di utenza, con il rischio per le autorità di Pechino che l’ambizione diventi contagiosa. È un esercizio retorico il nostro per cui solo il tempo potrà stabilire se questa manciata di parole avrà un seguito.

Resta il fatto, per ora, che una società fondata nel 1999 – cioè cinque anni più tardi di Amazon, di cui a detta di tutti è la diretta concorrente – si interfaccia con un pubblico “maturo” in questo senso, ma con un background non indifferente. Yahoo!, per dirne una, possiede il 22% di Alibaba e al momento è l’unico colosso statunitense ad avere elementi di cui rallegrarsi per la sua imminente quotazione.

L’impresa di Jack Ma non è l’unica ad avere varcato i confini nazionali. Ad esempio la Tencent Holdings di Ma Huateng, che sviluppa WeChat, ha già tentato il grande salto collocandosi sulla medesima rotta di Whatsapp, recentemente acquistato da Facebook. A conferma, insomma, di una Rete davvero globalizzata. Perché insistiamo su questo tasto? Perché finora i servizi online cinesi erano tornati utili alla propaganda governativa e di partito.

Di fatto hanno colmato l’assenza di quelli più famosi – pensiamo a Weibo, descritto come una sorta di Twitter –, mantenedo però intatta la censura tanto cara alle autorità di Pechino. Alibaba opera nell’e-commerce e ciò non significa che “precauzioni” in questo senso non vengano prese, ma di certo l’Internet occidentale – per quanto suoni poco democratica tale distinzione, questa è la verità nuda e cruda – deve ora fare i conti con un nuovo attore. Ed è appena l’inizio.

Il paradosso, adesso, è che Jeff Bezos aprirà nuovi magazzini di Amazon in Cina per facilitare le consegne e ridurre i costi nella zona di libero scambio, la Shanghai Free-Trade Zone, istituita nel 2013. E anche Twitter, che apparentemente c’entrerebbe poco nella disputa, sta correndo ai ripari con l’implementazione del tasto “buy” al fine di ottenere maggiori ricavi dopo l’ingresso in Borsa dell scorso anno. Allo stesso modo Facebook sta vagliando innovativi modelli di business per non restare indietro. Tutto ciò alla vigilia di uno scenario inedito per l’universo Internet.

La domanda da porsi, dunque, è: vale ancora la pena parlare di Alibaba come l’Amazon cinese? O Baidu come Google o Taobao come eBay? I tempi sembrano maturi per un cambio di paradigma. Quanto veicolato dalla censura cinese lo sopriremo presto.

Fabio Germani

Informazioni su Fabio Germani

Giornalista. Blogger. Ha collaborato con diverse agenzie di stampa e quotidiani. Nel 2009 è tra i fondatori del progetto radiofonico FutuRadio Web. Ha fatto inoltre parte dell’ufficio stampa dell’O.S.E.C.O. (Osservatorio sulle Strategie Europee per la Crescita e l’Occupazione). Dal 2011 lavora a T-Mag, dove è caporedattore. Il suo blog è step by step. Sostiene di essere un gran simpaticone. Sostiene. twitter: @fabiogermani