Meteore calcistiche italiane, Capitolo I: Mauro Zàrate

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Nuova rubrica, vecchi nomi. Periodicamente tireremo fuori dai datati album Panini figurine sbiadite, passate per il nostro campionato per poi ritrovarsi appiccicate altrove. Qualcuna ha lasciato il segno, di qualcun’altra non ricordavamo squadra, foto né tanto meno il nome. Eppure ci sono state, hanno solcato i nostri campi, chi più chi meno. Questo è solo l’inizio. Noi partiamo così, con il Maurito biancoceleste Zarate.

Della sua talentuosa famiglia fanno parte anche Sergio “el Ratòn, ricordato in Italia più per le prese in giro della Gialappa’s che per altro. Tanto curiosa quanto evidente la sua somiglianza con Alvaro Vitali.

Ricordiamo anche Ariel e Rolando Zàrate. Quest’ultimo ha militato per una stagione nel Real Madrid, senza incidere.

Ma torniamo al nostro Maurito. Nato il 18 marzo 1987 a Buenos Aires, cresce calcisticamente nel Vèlez con il quale esordisce in prima squadra all’età di 17 anni. 

Capocannoniere insieme a Rodrigo Palacio del Torneo di Apertura del 2006, decide di trasferirsi nel 2007 all’Al-Sadd che lo acquista per 20 milioni. I motivi del trasferimento negli Emirati erano eslcuisivamente economici. Poco tempo dopo Mauro dichiara di non divertirsi e di voler provare altre esperienze. Viene ceduto in prestito al Birmingham dove in mezza stagione segna quattro reti, due delle quali rifilate al Manchester City.

Viene così notato dalla Lazio che decide di acquistarlo con la formula del prestito oneroso (3 milioni di euro) con un riscatto fissato a 14. Inizia così la sua esperienza in Italia. Sceglie inizialmente la maglia numero 9. Poi, dopo l’addio di Baronio, raccoglie la sua pesante eredità (…) e indossa la numero 10.

Maurito parte col botto: doppietta all’esordio contro il Cagliari. Osannato dal popolo biancoceleste, continuerà ad incantare per tutta la prima parte del campionato grazie a goal, assist e numeri da circo. La seconda parte di stagione è vissuta in ombra dall’argentino. Zàrate ritrova però la luce con una sassata da trenta metri, scagliata nella partita delle partite: il derby. Con quella rete Mauro entra nell’Olimpo, passando però dalla porta sul retro: una sola perla non basta per targare “campione” un calciatore. Però, che goal. I tifosi lo portano sugli scudi, invocando il suo riscatto da parte del presidente Lotito il quale, senza farsi attendere, vola in Quatar a chiudere per l’acquisto definitivo del talento argentino. 20 milioni all’Al-Sadd e 1,5 al giocatore per cinque anni. Zàrate chiude la stagione segnando anche in finale di Coppa Italia, sia nei minuti regolamentari che nei calci di rigore, contribuendo in maniera decisiva alla conquista del trofeo da parte della Lazio. Chiude la sua prima stagione biancoceleste con 16 goal, risultando il miglior marcatore stagionale della squadra allora guidata da Delio Rossi.

Da qui, inesorabilmente, dopo aver toccato l’apice, la parabola di Maurito inizia a decrescere periodicamente. Poco o niente da sottolineare nella stagione successiva, tranne un evento che ha cucito ancor di più gli intensi rapporti con la tifoseria: squalificato per due giornate, Zàrate assiste alle seguenti due sfide della Lazio in Curva Nord. Chiude la seconda stagione in biancoceleste con appena tre goal all’attivo.

L’annata successiva non inizia nel migliore dei modi: Edy Reja lo lascia spesso in tribuna per problemi disciplinari, i tifosi iniziano a dividersi nei giudizi: campione o montato di testa? A Maurito non importa. Lui, testardo, continua per la sta strada disseminata di grandi colpi. Tra alti e bassi, a fine stagione aveva messo a segno 9 reti e siglato 8 assist. Nonostante tutto, Zàrate c’era.

Mauro sembra però stanco dei continui problemi in biancoceleste e, di comune accordo con la società, passa in prestito all’Inter, cercando di rilanciarsi. Un fallimento quasi totale. Ventidue presenze, appena due goal. Zàrate viene cacciato dall’Olimpo, escluso e rinchiuso come il più piccolo dei titani in terra.

Torna così alla Lazio, ma ormai l’amore è finito. Terminata la magia, il divorzio era nell’aria. Una prima parte di stagione deludente, poi il crollo: Mauro viene messo fuori rosa per non aver accettato la convocazione contro l’Inter. Era il 15 dicembre 2012 e Mauro, virtualmente, diceva addio al nostro campionato. Inizia così un periodo di cause giudiziarie: lui accuso la Lazio di mobbing, la società biancoceleste risponde facendogli causa per un presunto viaggio alle Maldive. Quando la bellezza del calcio giocato sprofonda, emerge il peggio. Tra guai burocratici e intrighi vari, Zàrate riesce a liberarsi dalle catene biancocelesti e torna in patria, al Vèlez.

Siamo alla stagione 2013-2014. Maurito riesce ad imporsi nuovamente, ritrovando i goal e i numeri che lo avevano contraddistinto nella prima parentesi laziale: chiude la stagione con 13 goal, venendo nuovamente eletto capocannoniere in Argentina.

Il 28 maggio di quest’anno ha rescisso consensualmente il suo contratto col Vèlez, firmando un accordo triennale col West Ham. Manco a dirlo, ha scelto la numero 10.

Maurito è tornato in Europa. Riparte da uno dei campionati più difficili al mondo, all’età di 27 anni. Maurito è convinto di poter dare ancora tanto al calcio. Al bel calcio. Quel calcio che non è perso tra burocrazia e scartoffie, che non perde tempo dietro a cause ed esclusioni. Lo stesso calcio che ha dato lui al pallone, nel suo esordio con gli hammers, lo scorso 23 agosto. Un tiro magico, da fuori area. Un colpo dei suoi, una perla. Lo stupendo incipit di nuova avventura. Nella speranza che, dopo aver salutato da anni l’Olimpico, possa tornare presto e comunque nell’Olimpo dei campioni.

Stavolta, però, meglio passare dal cancello principale. A suon di goal.

Buona fortuna Maurito.

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Leonardo Mazzeo

Informazioni su Leonardo Mazzeo

Leonardo sogna di diventare uno scrittore. Poi si sveglia e studia diritto. Nel tempo libero. Per il resto della giornata pensa, legge, mangia, fuma, scrive pensa, beve, pensa. Ultimamente finge si saper suonare la chitarra. C'è chi lo definisce un sognatore, un poeta, un eterno innamorato. Lui preferisce definirsi molto più umilmente un coglione. La verità, probabilmente, è nel mezzo. In poche parole, è un mezzo coglione.
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