Francesco, che è diventato Totti

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Vent’anni con la stessa maglia, ma dimenticate i colori, perché ovviamente chi non tifa Roma storcerà inevitabilmente la bocca. Vent’anni con la stessa squadra, indifferente alle sirene che cercavano di intrigarlo ora a Madrid, sponda Real, ora al Milan, che Silvio Berlusconi potrà pure non piacere come politico, ma in fatto di calcio ha il palato sopraffino.

Vent’anni di Francesco Totti, tutta serie A, sono trascorsi in un lampo e neanche fai in tempo a calcolare gli anni, dal 4 settembre del 1994 al 4 settembre del 2014 che il tempo continua a scorrere per uno che ha dato tanto al calcio, che è stato osannato a Roma tanto quanto è stato odiato da altre parti. Quando da nemico, pardon da antagonista, si presentava sul campo avverso per mostrare classe e virtù e per produrre perle tipo quel gol all’Inter che fece alzare in piedi per applaudirlo pure i tifosi nerazzurri in uno stadio, il “Meazza”, che viene considerato la Scala del calcio.

Regalare una perla da quelle parti è stato il massimo, anche perché poi una rete del genere la segni contro il Barcellona o il Bayern Monaco pure in Champions league, poi ti vengono a raccontare che all’estero le marcature sono più blande rispetto a quelle italiane. Carlos Bianchi l’avrebbe sbolognato alla Sampdoria, Mazzone – che l’ha allenato a Roma – l’avrebbe portato volentieri a Cagliari quando a Trigoria qualche indeciso titubava se trattenerlo o meno. Forse perché a Roma difficilmente si è profeti in patria, e c’è talmente tanta assuefazione all’idea del sogno che svanisce in fretta che nessuno, vent’anni fa, avrebbe immaginato che Francesco sarebbe diventato Totti. O il “bimbo de oro”, il “pupone”, il “reuccio di Porta Metronia”, fate vobis.

Oggi Daniele Conti, Alessio Cerci, sono esempi lampanti di quella romanità sviscerata dalla Primavera romanista che hanno trovato fortuna lontano da casa. Totti – e nessuno se ne abbia a male – è una delle migliori espressioni del nostro calcio nel dopoguerra. Geniale nel lancio illuminante come Rivera, bomber come un Boninsegna, bandiera come pochi altri, metti Riva, Burgnich, Facchetti, Maldini, Zanetti. Si contano sulle dita d’una mano i fedelissimi. Sì, anche Del Piero, ma dopo la Juventus ha avuto altre amanti in Australia e in India, e non è la stessa cosa. Qua è inutile snocciolare il numero dei gol, le presenze, l’esperienza, la costanza nel farsi trovare sempre pronto all’uso, specie al ritorno delle vacanze, ai ritiri estivi: s’è presentato sempre in tiro, neanche fosse uno costretto a dimostrare di che pasta è fatto.

Ha alzato al cielo la coppa del mondo del 2006 pochi mesi dopo l’entrata sballata di Richard Vanigli sulle sue gambe: lo aspettarono per la trasferta tedesca, mise a segno un rigore da far tremare i polsi, un tiro dagli undici metri che se hai le palle lo tiri, altrimenti resti in disparte, abbassi la testa e speri che il mister non chiami proprio te, nei secondo finali d’una partita che vale oro, per vincere o morire. Totti-gol, padre di famiglia e uomo spogliatoio, ironico e verace nella sua schiettezza romana da dover comunque camuffare perché al capitano di una squadra non si può chiedere di raccontare le barzellette, ma si chiede solo ed esclusivamente serietà estrema.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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