Il complottismo è un’operazione di marketing

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La premessa è fondamentale (anche se non si dovrebbe mai iniziare un articolo con una premessa): il complottismo è un’antica patologia. La sua esistenza è profondamente radicata e potenziata dai mezzi di comunicazione di massa. Il meccanismo complottista è molto semplice: la “verità ufficiale” viene tacciata di propaganda, quindi screditata alla stregua di una falsità. Quindi Internet non ha “inventato” il complottismo, ma ha soltanto funzionato da acceleratore.

Nel frattempo il complottista doc fa circolare un’altra ipotesi senza “nessuna prova, nessuna evidenza documentata, solo supposizioni che trasformano qualsiasi evento in un piano alle spalle della popolazione inconsapevole”, si legge in questo interessante articolo sulla psicologia del complottismo. La base della teoria è che sia affascinante tanto da creare suggestione nelle persone emotivamente più coinvolte. E così è più bello (per un fan dei The Doors) che Jim Morrison non sia morto il 3 luglio del 1971. Poi non si può tacere il complotto celato dalla sigla Pid, ossia Paul is dead in merito alla morte di Paul McCartney, che sarebbe stato sostituito per decenni da un sosia. Per raccontare un caso più recente, circola la tesi secondo cui Steve Jobs sia ancora vivo in Brasile.

L’antologia del complottismo non è ricca solo di personaggi famosi, bensì propone clamorose riletture storiche, come il Complotto Numero Uno: quelle dell‘attentato dell’11 settembre alle Torri Gemelle su cui è stato addirittura realizzato un documentario. E a questo punto subentra una riflessione che dovrebbe introdurre nel nostro organismo una sana dose di anticorpi contro il complottismo: queste teorie si trasformano in un affare per chi ha la capacità di propagarle (per esempio qualcuno ha venduto libri sulla “non morte di Jim Morrison“, altri hanno costruito una “fama” personale su Paul is dead). L’operazione è a “costo zero”, ma contiene una buona potenzialità di successo: basta individuare un target preciso e lanciare il messaggio per centrarlo. Non è nient’altro che un’azione di marketing o forse un complotto per vendervi una “patacca”.

Dal campo economico, l’operazione può essere trasposta sul territorio politico: ci sono partiti che fondano il proprio successo sul complottismo (qui una piccola rassegna dei casi a 5 Stelle), sfruttando anche la scarsa reputazione di politici e giornalisti. Lo stesso dicasi per questioni geopolitiche: l’antiamericanismo è sempre un must, come ci insegna Di Battista, e c’è chi sventola ipotesi di interventi Cia in varie aree del mondo per puro tornaconto yankee.

Il fascino di queste teorie è oggettivamente innegabile, anche perché sono perfette trame di film, e magari è pure piacevole leggerle per il grado di fantasia che contengono (le scie chimiche del Movimento 5 Stelle sono degne di entrare nella sceneggiatura di Matrix), ma è altrettanto opportuno che il lettore sul web ponga attenzione alla credibilità dei contenuti. E così, dopo aver letto qualche complottista per puro piacere, si rassegni alla constatazione che la verità è spesso noiosa.

ipse dixit

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