Il Cammino verso Santiago: da Arzua a Pedrouza

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Un pellegrino ogni 10 metri. Santiago è a soli 36 chilometri, un percorso che, nella tua vita non da pellegrino, faresti facilmente in macchina un paio di volte al giorno. Qui invece conti anche i centimetri.

Hai abbandonato i boschi, l’isolamento forzato, i panini da 2.50€ e, tuo malgrado, sei finito nel centro commerciale di Santiago: bar ogni 100 metri, che non hanno nulla da invidiare ad un qualunque autogrill, spaccio di oggettistica per il pellegrino perfetto, e albergue di ogni tipo. Lo avevi previsto che sarebbe finito così, ma non ti importa della strada asfaltata e di quanti “Hola” e “Buen Camino” dovrai ancora ripetere, stai per arrivare a Santiago, e inoltre con un giorno di anticipo.

Lo fai solo da sei giorni, davvero poco rispetto a quelli partiti a metà agosto, ma la mattina, il pre – cammino è diventata una routine da ufficio: svegliarsi, bagno veloce, vaselina sui piedi, colazione, scarpe, zaino, bastone e camminare. La stanchezza è soprattutto psicologica: il desiderio di tornare a casa è più o meno evidente sui volti di tutti. Tu hai ancora voglia di fermare gente: gli anziani soprattutto hanno un fascino garbato e pensi che hanno visto passi di persone calpestare le loro case ogni giorno e forse hanno inventato una storia per ognuno.

Ci sono persone che incontri solo nelle soste, mai in un albergue, e non hai tempo di parlare e allora sei tu che inventi per loro una storia più o meno credibile. La tua preferita è quella di due padri che fanno il cammino con quattro bimbi, ogni tanto uno di loro si carica anche il più piccolo sulle spalle. E poi c’è il tipo che hai incontrato stasera, un olandese sulla sessantina che ha tutta l’aria di indossare gessati Armani per il resto dell’anno: la sua tenuta trasandata è fin troppo perfetta.

Ci sono anche quelli che sul cammino si reinventando: un banchetto con un ragazzo che durante il primo pellegrinaggio ha scritto un libro, ma lui sostiene che l’autore sia il suo cane. “Imagine” ti insegue su dei cassonetti blu, strofa per strofa e pensi che Lennon, che una volta disse di essere più famoso di Gesù, non ne sarebbe così entusiasta. È tutta una questione di percezione delle cose: tu non sei abbastanza mistica per credere nei segnali divini ma ti fidi delle persone, e delle tue gambe, abbastanza.
L’albergue è pieno, le facce tutte nuove, moltissimi Italiani e ne sei felice. Si mangia pasta, si canta “Bella Ciao”, non ti commuove più nulla ma ti diverte tutto e comunque domani sei a Santiago.

Questo articolo è stato pubblicato in Vorrei la pelle nera da Giulia Maria Falzea . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Aggiornato alle ore 15:35
Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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