Il Cammino verso Santiago: da Melide a Arzua

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Al quinto giorno il cammino di Santiago diventa una gita delle medie. Il gruppo che si insegue per le tappe è, bene o male, assestato: i numeri di telefono, che non userai mai più, scambiati, le amicizie su Facebook accettate. Conosci il passo della maggior parte di loro, riconosci i movimenti che fanno al mattino e sai che colazione scelgono. Quindi vuoi cambiare gruppo.

Oggi sono solo 14 chilometri ma le tue ginocchia accusano ogni singolo metro, però a volte non ci pensi. A Melide i diversi cammini si ricongiungono e quindi incontri gente nuova. Pochi italiani, tra questi molti del nord e un pugliese.

Non hai ancora visto la luce, se escludi un sole galiziano presuntuoso e burbero che ti spacca la testa. Adesso il paesaggio è quello di piccoli paesi asfaltati e il cammino abbonda di messaggi più o meno mistici. A volte ti sembra di essere sul corso di una cittadina qualunque e di sciabordare i piedi per rimorchiare. Santiago Apostol è un albergue e ristorante.

Forse vi hanno detto che il cammino regala risposte, produce certezze, cambia la vita o, come minimo, crea legami indissolubili. Quello che hai ascoltato per oltre 100 chilometri nel tuo cinismo totale ma curioso sono, invece, i seguenti argomenti:
– i piedi
– le scarpe
– gli integratori
– tu da dove vieni?
– i tendini
– la vaselina per i talloni
– il voltaren per i muscoli
– un bastone meno pesante
– cibo
– i calli sui piedi
– Vasco Rossi
– una cerveza por favor
– barrette energetiche
– ancora i piedi
– quanti posti in questo albergue?
– quanti chilometri mancano tio?
– la cioccolata
– la gente che russa (e i relativi tappi per le orecchie)
– la storie d’amore finite in vacca
– le vacche ed altri animali da fattoria
– il bagno
– le dita dei piedi

Dio lo senti nominare solo nel suo nome invano, e da tua sorella che ogni giorno legge il vangelo e prova a raccontarlo e tu sorridi di nascosto. Eppure qualcosa ti fa sempre andare avanti.

Questo tratto è diventata la riviera romagnola: l’albergue è al completo,
ci sono persino alcuni asiatici, i preti usano l’I phone nel confessionale. Alcune delle persone che hai conosciuto sono già arrivate a Santiago.

Tra due o tre giorni, sbattendo i piedi per terra, mischiando le lavatrici, lavandoti poco e male ci sarai anche tu e forse, solo allora, capirai lo strenuo tentativo di fare ancora un altro passo.

Leggi il racconto delle altre tappe qui.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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