Il Cammino verso Santiago: da San Roman de Retorta a Melide

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Oggi volevi andare al mare. Poi ti sei svegliata di colpo con i muscoli induriti in una camerata da dieci persone con i calzini già addosso.

Per prima cosa hai capito di essere in ritardo, forse nel posto sbagliato e vestita troppo male. Ma poi hai visto il totem degli italiani all’estero: il bidet e tutto ha preso una piega diversa. Tu e il tuo gruppetto malconcio dovevate fare 14 chilometri: ne avete fatti 28.

Il cammino, le strade e il profilo naturale della Galizia sono faticosi, soleggiati e un po’ noiosi. Hai tempo di parlare con tutti, avete deciso che il vostro stile è questo: fermarvi e parlare con la gente. Gli altri, incontrati ormai quattro giorni fa, arrivano a destinazione con ore di anticipo. Voi invece giocate con i cavalli, che vi sorridono, correte dietro alle galline e vi fate timbrare la Credencial da chiunque, persino dall’uomo che aggiusta i trattori. Eppure consideri la vita campestre niente meno che un incubo. Già in provincia hai sentito un cappio al collo, e in provincia ci sei nata.

Questa vita tutta piegata a mungere una vacca, aspettare le uova della gallina, e rimungere una vacca oggi domani e dopo domani, la trovi, presuntuosamente, una perdita di tempo. Vi fermate a prendere un caffè con leche in un bar che passa “Lousing my religion” dei R.E.M. Questo paese conta 16 abitanti. Da una parte invidi la loro tranquillità, forse una forma di felicità che non sai nemmeno come immaginare. Il cittadino medio però scappa appena può osannando la bellezza della campagna.

Poco dopo, infatti, incroci un gruppo di cittadini un po’ avanti d’età. L’uomo grasso e baffuto, in canotta e paglietta, ti offre “empanadas”: loro, per lo più, fanno il cammino scortati da un autobus pieno di cibo e bevande.

Saresti sempre voluta essere al mare. Ma stanotte hai persino dormito, anche sognato. Una signora ti da il latte di vacca, lo fai bollire, per te ha un sapore orrido. Il sapore autentico delle cose è orrido. Vi fermate anche nella baracca di un’hyppie, Maria Pilar detta Mapi: non ha luce elettrica, non ha molto spazio, le mancano anche due dita ma ti sorride e ti offre un altro caffè.

Gli ultimi chilometri li fate sotto un sole spacca cervello ed è in questo momento che vorresti sederti per sempre ma non lo puoi fare, e allora formuli una teoria spicciola e banale: il cammino ti insegna che per quanto le gambe facciano male e il sole ti sfondi la testa, tu devi camminare.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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