Sette giorni sul Cammino primitivo di Santiago

Hai poco tempo, quasi trent’anni e un po’ di paura, ma il cammino di Santiago lo avresti sempre voluto fare. Non sai ancora bene quali sono i peccati che devi espiare: forse aver indugiato troppo sull’#Icebuckedchallange di Renzi e il topless della Giannini, ma tant’è. Ti affidi ad un amico spagnolo che conoscendoti ti piazza a metà del cammino primitivo, il meno conosciuto, il più difficile: 174 chilometri in 7 giorni. Compri scarpe decathlon, una giacca da Lidle e 4 paia di calzini.

Ti alleni poco, fondamentalmente da anni non fai altro che correre dietro i bus dell’Atac a Roma, maledicendoli. Non sai bene perché hai deciso di fare questo viaggio: non credi in niente e forse speri di essere rendendo. Ma sai già che dovrai dire una bugia per ottenere l’indulgenza plenaria. Davanti al Santo ti chiederanno: “le ragioni del viaggio?” devi dire “religiose” o come minimo “spirituali”. Hai studiato un poco come sembrare un pellegrino: hai bisogno di timbri sulla tua “Credenciale”, di un bastone e una conchiglia bianca sullo zaino che non hai mai usato.

I primi chilometri di Cammino.

Ti fai prestare un sacco a pelo e copri barrette energetiche. Al primo albergue del pellegrino, primo timbro stampato, ci sono le facce di quelli che hanno iniziato prima di te a camminare, alcuni giovanissimi altri anziani. Passi una notte insonne, inforchi lo zaino e vai. Dopo 5 chilometri ti scegli un bastone abbastanza lungo, e la tua trasformazione è completa. Per i primi 10 chilometri ti senti forte ma fai i conti con i tuoi limiti fisici e provi a conoscerli centimetro per centimetro: ti si apre la Galizia davanti e ogni tanto canticchi pure. Dopo 15 chilometri però, con il vento che ti sbatte in faccia la consuetudine del camminare, sei costretto a pensare. E quello che ti viene in mente sono sempre le stesse cose: quello che avresti potuto dire, cosa avresti potuto fare, e soprattutto perché.

Dopo 18 chilometri sono ancora le 11.30 ma in un rifugio ti fai stampare un altro timbro e mangi un panino con l’omelette, dalla radio suona Lust of Life di Iggy Pop. Poi ti si para davanti una salita bellissima e lunga, e quello che resta è il tuo respiro affannato, ma resisti, vai avanti fino in fondo e non pensi al perché di nulla. Per la prima volta nella tua vita, lo dici piano tra e te, devi benedire quei maledetti autobus dell’atac che hai inseguito per anni perché ora, mentre la Galizia si colora di ogni verde del creato, tu cammini. Dopo 24 chilometri arrivi alla prima meta che non sei neppure troppo sfatto. O Cadavo è un paesino minuscolo: ti interessano solo un letto e una doccia, la farmacia, e un bar con il WiFi.

Forse stanotte dormirai, e comunque Buen Camino y Animo!

Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life