Facebook pensa che siamo scemi (e avrà mica ragione?)

Forse dobbiamo rassegnarci all’amara idea secondo cui siamo (almeno un po’) scemi. O, per essere meno spicci nel lessico, dobbiamo cedere all’idea che Facebook, il pivot da cui non può prescindere la nostra vita (sia reale che in Rete), ci ritenga  non tanti capaci di discernere il senso dell’informazione presente sul social.

Tralasciando tutto l’armamentario di discussioni sulla privacy, che abbiamo regalato con tanto di fiocco sul pacchetto di nostra sponte (poi di tanto in tanto fingiamo di arrabbiarci se scopriamo che Facebook mette a disposizione delle aziende i nostri profili di consumatori), parliamo di una questione molto prosaica.

La notizia è abbastanza singolare: Facebook sta pensando di indicare ai suoi utenti quando una notizia è “satirica” o reale. Ma presumibilmente il concetto potrà essere applicato, con qualche accorgimento, all’attendibilità generale di un articolo.

In sostanza il social network di Mark Zuckerberg vuol guidarci nella lettura delle news postate dalle fan page dei vari siti di informazione e condivise dagli utenti. L’accusa spesso rivolta a Fb è quella di proporci una “marmellata” da cui è difficile distinguere una bufala (qui e qui ci sono alcuni italici esempi, tanto per gradire) da una notizia attendibile. Si dirà: tanto meglio, no? Facebook eviterà di propinarci delle patacche informative, mettendo il tag “satira” o magari in futuro indicando il grado di attendibilità di una notizia.

L’evoluzione potrebbe essere preziosa per evitare il “bufalame” che circola sul social con il rischio di dare la patente di veridicità a notizie false (quante volte si sente dire “L’ho letto su Facebook” per indicare che la fonte è autorevole pure quando non è proprio così?) e risparmiandoci i titoloni sparati in ottica “acchiappaclick”.

Il problema è un altro: il lettore è destinato alla deriva della pigrizia più totale, lasciando che sia un algoritmo o comunque un dipendente dell’azienda californiana a dirci cosa merita di essere letto e cosa no. Insomma, la “googlizzazione” dell’informazione sta per completarsi. E non sembra un bene. In ogni caso dovremmo prendere atto che secondo Facebook siamo tanto scemi da dover ascoltare i suggerimenti calati dall’altro, perché non siamo più capaci di farlo da soli.

P.S. Sulla questione c’è un articolo che vale la pena leggere, perché si tratta di un interessante riflessione di Arwa Mahdawi sul giornale britannico The Guardian.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI