La Terza Guerra Mondiale, secondo Papa Francesco

Fa un po’ impressione che debba essere Jose Mario Bergoglio a notare lo scenario da Terza Guerra Mondiale. In un quadro affollato da pensatori, o presunti tali, sul piano internazionale nessuno si era spinto a un’analisi tanto “spietata”, seppur mitigata dalla considerazione che il conflitto si sta svolgendo a capitoli.

Nell’intervista in questione il Pontefice argentino ha attribuito a un “generico qualcuno” tale riflessione, ma è di fatto lui a pronunciare queste parole. Papa Francesco ha mostrato quella lucidità di analisti, sinora sconosciuta ad altre personalità con un ruolo di rilievo nel panorama intellettuale e soprattutto politoco.

Inutile aggiungere argomenti alla evidente complessità dello scacchiere internazionale. L’Iraq e la Siria sono ormai due Paesi inesistenti, così come la Libia. In Ucraina spirano gelidi venti di guerra, che porterebbe un ulteriore elemento di terrore: il coinvolgimento della Russia e dunque uno scenario da guerra mondiale senza nemmeno la “suddivisione in capitoli” indicata da Papa Francesco.

Vista così, sembra quasi che Bergoglio abbia detto una banalità, perché con tanti conflitti nel mondo è ovvio affermare che siamo in una terza guerra mondiale “a parti”. D’altra parte sorprende la totale assenza di una simile riflessione fatta magari da chi (per lavoro) ha il compito di analizzare le problematiche sociali e geopolitiche.

La leggendaria figura dell’intellettuale “prestato alla politica” (anche solo nel ruolo di consigliere) esce a brandelli, riecheggiando la tragica conferma della “fine” di un ruolo, che pure dovrebbe essere centrale. La sensazione generale è che le leadership internazionali abbiano assunto un modello “social network”: la navigazione nel presente, senza nemmeno fare un passo nel futuro prossimo.

Andando indietro di qualche anno, l’esempio principale è rappresentato dalle Primavere arabe, salutate con fragorose urla di giubilo. Ma in quel frangente nessuno, almeno nell’inner circle dei consulenti politici, ha immaginato la necessità di dover osservare con attenzione  un processo complesso, come la ricostruzione di un tessuto democratico per un Paese proveniente da decenni di dittature.

Così di cecità in cecità, siamo giunti alla dissoluzione di fatto della Libia, alla disintegrazione di Iraq e Siria, e al conseguente ingrossamento delle fila dell’Isis. Perché è bene ricordare che il gruppo, prima di proclamarsi un Califfato, era solo un manipolo dipoli  miliziani rinnegato addirittura da al Qaeda. Mentre ora costringe l’occidente a manovre spericolate come la fornitura di armi ai peshmerga curdi.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI