Il default dell’Argentina, gli insegnamenti all’Italia

Per la seconda volta in 13 anni l’Argentina è entrata in default, questa volta tecnico. Esattamente dal 31 luglio 2014. Eppure guardando la sua storia economica, possiamo notare come il Pil del Paese registrava un +8% nel 2007. Anche dopo alcuni anni di flessione, nel 2010 toccava un +9,1 punti percentuale, nel 2011 un +8,5%. Il calo si è registrato solo nel 2012 con un +1% e nel 2013 con un +3% (fonte World Bank).
Cosa succede quindi a questo Pese dell’America latina, che sembra essere cresciuto molto più degli Stati Uniti negli ultimi 5/6 anni?

I dati ci mostrano una verità assoluta. Il fallimento di un Paese non dipende dalla crescita, o meglio non solo. Gli occhi vanno sempre puntati sul suo rapporto con il debito pubblico (e con il debito privato in molti casi).

Come amano ripetere a più riprese gli economisti di tutti il mondo, è certo che la crescita di un Paese può rassicurare gli investitori, ma il vero problema è quando non si riescono a tenere a bada gli interessi del debito. Facciamo un esempio pratico. Avete un conto in una banca qualsiasi. Registrate un rosso di -1.000 euro. Noterete ben presto che gli interessi maturati su quei 1.000 euro saranno di gran lunga superiori a quelli che maturate annualmente sul vostro deposito bancario. In altre parole, i vostri soldi valgono molto meno di quelli della vostra banca. Fino al primo luglio del 2000 le banche applicavano gli interessi passivi trimestralmente, non annualmente come accadeva invece per gli interessi sulle giacenze. Quindi, il correntista che andava in rosso di 1.000 euro per un anno pagava un interesse passivo dell’8%. Che veniva calcolato ogni trimestre facendo pagare gli interessi sugli interessi maturati.

Dal 2000 le cose sono cambiate e gli interessi passivi vengono calcolati annualmente. Ma qui non si sta parlando di cifre irrisorie, bensì di milioni di euro (anzi dollari) che ogni anno maturano interessi passivi che maturano altri interessi passivi. Un circolo vizioso nel quale ogni Stato è coinvolto. Certo se la vostra banca vi desse credito voi potreste coprire quei 1.000 euro piano piano, rimanendo sempre in rosso, ma su una cifra “gestibile”. Così in Argentina, i creditori hanno dato fiducia al Paese non chiedendo il saldo totale dei debiti. O meglio, gli investitori nel 2001, quando il Paese non assolse al suo debito, lo comprarono al valore di 20 cent per 1 dollaro. Al momento della ristrutturazione del debito e per i seguenti 13 anni, gli investitori hanno atteso di essere saldati anche dopo che più del 92% degli obbligazionisti aveva accettato di subire perdite dal 40% al 70%.

I titolari dei bond, non solo non hanno ricevuto il saldo, ma si sono rifiutati di rinegoziare il debito. Questo grazie alla clausola “Rufo” che non permette di accettare le richieste dei fondi riottosi. Il debito ammontava a circa 1 miliardo e mezzo di dollari. Saldarlo avrebbe significato annullare gli accordi sottoscritti nel 2005 e nel 2010, facendo toccare al passivo un massimo di 500 miliardi di dollari (ecco che ci risiamo con i passivi!). In questo quadro già catastrofico si inserisce un nome che ha rappresentato l’ultima spintarella verso il default: quello del giudice Thomas Griesa.

Se non esiste un punto di incontro e di cooperazione, creditori e debitori possono rivolgersi al tribunale dove sono stati emessi i bond. In questo caso quello di New York (scelto dal Paese proprio perché gli investitori si fidano molto di più della legge Usa che di quella argentina). Lo scorso anno il giudice Thomas Griesa (che gli italiani conoscono molto bene come legato al nome di Michele Sindona), ha disposto che se l’Argentina non avesse pagato i crediti dei “fondi avvoltoi” non avrebbe neanche potuto assolvere al pagamento di chi aveva accettato la ristrutturazione.

La sentenza è basata su una clausola interpretata dallo stesso Griesa. Possiamo quindi affermare senza dubbio che se anche il default argentino del 2014 è figlio di quello del 2001, la legge degli Stati Uniti non ha aiutato. Il tempo però stringe e la clausola Rufo scadrà il 1 gennaio 2015. Ce la farà l’Argentina?