Il Pd è al 41%, ma non sta troppo bene

Il Partito democratico è ancora al 41%, stando almeno agli ultimi sondaggi. Vista così, nella sede del Pd a Largo del Nazareno, ci sarebbe solo da brindare. Il problema è che a Largo del Nazareno c’è poco o nulla. E continuando su questa rotta, resterà ancora meno in futuro: perché il consenso non è del Pd, ma di Renzi.

Il partito, all’apice del consenso, è sostanzialmente scomparso. Il fenomeno del renzismo ha rivoluzionato il mondo del centrosinistra. Forse è un tributo da pagare alla vittoria alle Europee; ma nei fatti resta un cambiamento alla carta di identità del Pd, un soggetto politico che oggi è molto vicino all’organizzazione della Forza Italia (dei primi tempi) con un leader tuttofare e il vuoto intorno.

Il paragone Renzi-Berlusconi non è proprio la cosa più innovativa, ma non ci si può esimere dal proporlo. A Largo del Nazareno c’è una sorta di alone di surrealismo. La segreteria esiste solo sulla carta: molti componenti sono finiti nel governo e la direzione nazionale, di tanto in tanto convocata dal segretario-premier Matteo Renzi, è solo l’ennesimo megafono del leader, in cui la discussione è relegata ai margini tra le opposte tifoserie di renzianissimi e antirenziani.

La leggendaria “discussione nel partito” è un ricordo dei bei tempi andati, quando ci si accartocciava in mille rivoli polemici. Ecco, giusto per capire, facciamo un esperimento: chiudiamo gli occhi per un attimo e immaginiamo che Pier Luigi Bersani sia a Palazzo Chigi, a capo del governo. E sforziamoci di immaginare che lui abbia conservato pure la carica di segretario, senza prendersi la briga di nominare una nuova segreteria dopo che metà di essa ha provveduto a traslocare nell’esecutivo.

Adesso apriamo gli occhi per evitare di immaginare le reazioni che avrebbe scatenato uno scenario del genere con Bersani perseguitato dalla richieste del partito. All’ex rottamatore, invece, tutto è concesso.

Beninteso, il fatto che il Pd non abbia più una struttura non scalfisce il consenso di Renzi, né incrementa quello dei suoi avversari. Ai cittadini non interessa nulla di questo aspetto. Ma un partito, con una visione capace di andare “oltre la giornata”, dovrebbe pensare anche a quanto arriva dopo, senza vivere nell’ossessione del consenso. Perché un partito è (o dovrebbe essere) qualcosa di diverso da un comitato elettorale formato da gruppi di ultras che popolano i social.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI