Tre motivi per cui si parla più di Gaza che della Siria

Da qualche giorno circola un articolo di Johnny Goldberg pubblicato sul giornale The Atlantic, il cui senso è chiaro: viene spiegato il motivo per cui si parla più di della guerra di Gaza che di quella in Siria, nonostante il conflitto siriano stia provocando migliaia di vittime nelle ultime settimane.

Prima di ampliare, e in parte smentire, la versione di Goldberg, riportiamo in sintesi l’articolo del reporter:

I giornalisti raccontano meglio quel che possono vedere. Hamas, nonostante le restrizioni varie, permette ai giornalisti di osservare facilmente scene di distruzione a Gaza. È molto più difficile operare in Siria (o nella Nigeria rurale), ed è più sicuro operare a Gaza che in regioni del Pakistan o dell’Afghanistan.

[…] Le storie su Israele e sugli ebrei quasi automaticamente raggiungono i primi posti della lista dei “most emailed” del Times. Racconti su Miramshah (città del Pakistan) o Falluja, non arrivano a tanto.

[…] Poi c’è una solida ragione politica del perché questo conflitto è diventato il centro di tanto rumore mediatico. Israele è un alleato chiave degli Usa, e riceve aiuti militari e non solo dall’America. Questa cosa ti può rendere più felice o più infelice, ma il fatto è incontrovertibile.

La questione, tuttavia, non è solo americano-centrica, come la pone sostanzialmente Goldberg. Ci sono altri aspetti connessi alla comunicazione che non possono essere ignorati: le nostre considerazioni non vogliono essere “pro” e “contro”, ma semplicemente spiegare una dinamica di informazione.

Schematizziamo i tre motivi per cui si parla più di Gaza che della Siria.

  1. Il governo di Israele è democraticamente eletto e riconosciuto da tutti gli organismi internazionali (tranne che da alcuni Paesi arabi che puntano alla sua distruzione). Il presidente della Siria Assad non è più riconosciuto come un leader legittimato (almeno ufficialmente) a guidare un Paese. Dunque fa più notizia uno Stato “legale” come Israele che attacca un territorio in cui non c’è neanche uno Stato, la Palestina, rispetto all’azione di un tiranno come Bashar Assad che combatte i suoi oppositori.
  2. La questione mediorientale è irrisolta da decenni, nonostante i reiterati tentativi di raggiungere la pace tra Israele e Palestina con gli accordi siglati puntualmente disattesi. Il risalto geopolitico dei bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza è inevitabilmente maggiore, perché produce effetti sugli equilibri internazionali molto più della guerra civile in Siria (o di altri conflitti in atto, sicuramente più sanguinosi di quello in corso in Palestina).
  3. In Siria regna il caos più totale (così come in Libia e in Iraq): diventa difficile mettere a fuoco le vicende, viste le innumerevoli fazioni in campo. Per esempio in Siria combattono esercito lealista, miliziani di Isis, ribelli democratici e altri gruppi minori. A Gaza, pur in un quadro di atrocità reciproca, ci sono “attori” ben riconoscibili, come Hamas e Israele, e perciò maggiormente rispondenti a un criterio di notiziabilità. Quindi il discorso non è legato al fatto, come sostiene Goldberg, che Hamas permette ai giornalisti di raccontare la situazione, bensì la situazione è più decifrabile (pur nella sua complessità).

In conclusione, i morti per la guerra meriterebbero lo stesso dolore. Ma in un mondo flagellato dai conflitti, è difficile seguire una logica che non segua i “precetti” della notiziabilità.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI