E se il (basso) livello del giornalismo dipendesse dai lettori?

Di informazione e giornalismo abbiamo parlato spesso su Sfera pubblica: dalla situazione sulla libertà di stampa alla crisi dell’editoria, è stato fatto un ampio tragitto.

Ma alla vigilia della chiusura de L’Unità, è lecito porsi qualche altra domanda, anche molto provocatoria, tipo: e se il (basso) livello dell’informazione dipendesse dai lettori? Se, per una volta, provassimo a dire che la colpa non è solo dei giornalisti “sporchi, cattivi e venduti”, ma di chi in fondo non pone grande attenzione alla qualità delle notizie?

La visione è forse autoassolutoria per chi lavora nel settore, ma voglio azzardare un’ipotesi del genere smentendo il “mito” secondo cui il comune cittadino ha ragione a prescindere. La posizione scaturisce da un’esperienza diretta: le news “leggere” riscuotono maggiore interesse rispetto a quelle “dure”, più complesse e quindi più rilevanti.

Ecco un esempio: un articolo sulle previsioni meteo o su un presunto colpo di calciomercato totalizza anche migliaia di visualizzazioni (nonostante lo stesso argomento sia trattato da centinaia di altri siti), mentre un post su quanto accade a Gaza oppure un approfondimento su un problema serio (dalle morti sui lavoro alla politica) ottiene – nella migliore delle ipotesi – un centinaio di click.

Così in tempi in cui i numeri delle visite sono fondamentali per monetizzare, diventa facile cedere alla tentazione di puntare su un’informazione da fast food, invece che da gourmet. Perché talvolta è l’unica strada percorribile per rendere (in parte) redditizio un sito di informazione. E basta guardare come anche i big player, i grandi attori dell’informazione italiana (e non solo), puntino sulle curiosità che talvolta sfiora il “pruriginoso” (sono davvero pochi i portali che non hanno parlato di Laura Pausini senza slip).

La questione non è solo legata alla differenza tra “fast food” e “gourmet”. I giornali più prestigiosi, infatti, sono spesso accusati di faziosità o addirittura di “nascondere le notizie”. Insomma, sono indicati come dei “venduti” solo per il fatto di non raccontare le notizie così come il pubblico (o un’ampia parte di esso) vuole sentirle. E questa non è proprio la funzione del giornalismo.

Sembra che per forza bisognerebbe dire che il governo (qualsiasi esso sia) sbaglia tutto e che i politici sono tutti corrotti. Insomma, la stampa dovrebbe diventare la cinghia di trasmissione del populismo più intransigente. E la cosa non è proprio sinonimo di qualità.

Detto ciò, non si può sostenere di certo che la colpa sia tutta dei lettori, perché il sistema dell’informazione contiene tante storture (e anche questa osservazione è frutto di una conoscenza diretta). Ma forse è anche giusto iniziare a pensare come sostenere, in termini economici, le news di qualità (già la condivisione di un link su Facebook è una preziosa azione di promozione), ricordando bene che il giornalismo è una colonna portante della democrazia.

Perciò, connettendoci al tema del giorno, quando chiude una testata, che sia L’Unità o che sia Europa, c’è un impoverimento generale, anche se quel giornale non aveva una linea editoriale gradita.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI