La versione di Prandelli

Intervistato dal Corriere della Sera, Cesare Prandelli si lascia andare e risponde a domande forse scomode, ma sicuramente pertinenti e opportune, alle quali tutti gli italiani aspettavano una qualche risposta da parte di chi ha traghettato l’Italia verso il baratro. Perché, Cesare, questo è stato.

Da lodare, innanzi tutto, il fatto che Prandelli abbia voluto sottolineare sia in partenza che nel corso dell’intervista il fatto di sentirsi comunque un privilegiato, non una vittima. Vittime sono quelli che lavorano e non riescono ad arrivare a fine mese. Le critiche piovute su di lui, con questo pensiero in testa, sono sembrate certamente meno amare. Un plauso, dopo tanti fischi, glielo dobbiamo. Della serie, diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Cosa non è andato giù a Prandelli? Sicuramente le critiche eccessive e fuori luogo, come quella di Della Valle che lo ha accusato di essere “uno che scappa”. L’ex CT ha risposto: Non è vero. L’ho dimostrato nella mia vita, personale e professionale. È successo a Parma, dopo il crac Parmalat: sono scappati in tanti, io sono rimasto e con la mia squadrettina siamo arrivati quinti. È successo a Firenze. Non sono scappato. Sono rimasto al mio posto da solo, con i dirigenti inquisiti in Calciopoli, e nonostante questo, senza penalizzazione, saremmo arrivati secondi in campionato.

Sul fallimento Mondiale invece, ha detto: “Il campionato mi ha dato indicazioni, e ho cercato di seguirle. Ho pensato che, con gente di qualità in mezzo al campo, avremmo trovato facilità di manovra e profondità con gli esterni. Con la Costa Rica non ha funzionato. Avevo Cerci, Insigne, Cassano, Balotelli, quattro attaccanti che in campionato hanno mostrato il loro valore. Non siamo riusciti a creare una palla gol e siamo andati dodici volte in fuorigioco. Ho messo quei quattro e pensavo di vincere la partita. E, ripeto, ho fallito.”

Ok, va bene ammettere le proprie colpe ma, caro Cesare, non puoi dirci di aver messo Cerci e Insigne. A entrambi avrai concesso sì e no una mezz’oretta in tutto…

Prandelli va avanti difendendo il suo Buffon, sostenendo di essere stato vicino alla Juventus ai tempi di Firenze ma non di recente. Aggiunge le solite frasi fatte su Balotelli (“bravo ragazzo, deve maturare”), di quelle che ormai si usano per condire di tutto, dai discorsi su Milan e Nazionale all’insalatona per cena. Un po’ come l’aceto di Modena.

Per il futuro della Nazionale non consiglia nomi ma invoca un cambiamento radicale, soprattutto a livello giovanile. Con lo sguardo rivolto in terra tedesca…: “La Germania, quando ha avuto difficoltà, si è chiesta: qual è la nostra squadra più importante? Non ha risposto Bayern o Borussia. Ha risposto “Germania” e tutti si sono messi al servizio della nazionale. Nelle squadre italiane giocano il 38% di italiani. La stessa Juve ha sei titolari stranieri. Puntare sui settori giovanili!, dicono. Ma se sono pieni di stranieri? Di cosa stiamo parlando? È il nostro calcio che va rivisto. Ripeto, dobbiamo partire da una domanda: qual è la squadra più importante in Italia? Non è la tua Inter, non è la Juve, la Roma, la Fiorentina o il Milan. È la nazionale. Solo così si arriva preparati ai grandi eventi.

La scelta di allenare il Galatasaaray è stata giustificata con un lapidario “da bambino ti insegnano che, appena cadi dalla bicicletta, devi subito rimontare in sella”, dettata da un convinto corteggiamento della dirigenza turca che lo ha messo davanti a otto allenatori. A questo punto vorremmo almeno sapere i nomi degli altri otto.

Rivendica infine il suo non “essere scappato” ma essersi dimesso, ci tiene a sottolineare il lavoro svolto anche a livello “umanitario” da parte dei suoi azzurri come le visite a Ruzzicone, ai terremotati, negli ospedali, ad Auschwitz con parole velate di sana moralità; indica nel cambio di ruoli in campo e sugli spalti uno dei maggiori problemi del caclio odierno: prima i ricchi guardavano e i poveri giocavano, ora è il contrario. Prima applausi, ora tanto risentimento.

Chiude Mister Prandelli, negando ogni possibilità di un suo futuro ritorno in azzurro. Per la prima volta, forse, gli italiani saranno d’accordo con una sua scelta.

Nel frattempo, a Parigi, Thiago Motta è in attesa di una telefonata da Istanbul…

 

Leonardo Mazzeo

Informazioni su Leonardo Mazzeo

Leonardo sogna di diventare uno scrittore. Poi si sveglia e studia diritto. Nel tempo libero. Per il resto della giornata pensa, legge, mangia, fuma, scrive pensa, beve, pensa. Ultimamente finge si saper suonare la chitarra. C'è chi lo definisce un sognatore, un poeta, un eterno innamorato. Lui preferisce definirsi molto più umilmente un coglione. La verità, probabilmente, è nel mezzo. In poche parole, è un mezzo coglione.