L’informazione: un animale in via d’estinzione

Pubblicato il da

L’Unità, Linkiesta e anche Europa rischiano di chiudere. Tre realtà editoriali diverse: una con una forte storia e tradizione, una tra le prima a puntare interamente sul digitale, un’altra ancora che ha saputo migrare da un sistema all’altro. Quindi abbiamo un giornale di carta (con aggiunta di un po’ di web), un giornale nativo digitale, e un giornale che ha abbandonato la carta per il web. Cambiano gli addendi ma il risultato non si modifica. Tutte e tre queste realtà stanno attraversando una grossa crisi che ne potrebbe pregiudicare l’esistenza; e stanno provando ad evitare in maniera differente la loro fine.

Chi è il colpevole?

Ci sono dei cadaveri ma non si riesce a trovare il  colpevole. Vediamo il luogo del delitto, lo scenario. Il settore dell’editoria è in crisi da anni, accelerata o resa più evidente dal web. Tra quotidiani, settimanali e mensili si sono persi per strada circa 700 milioni di euro di ricavi.

Ricavi 2012 2013 Fatturato
Quotidiani 2,5 mld 2,3 mld -7%
Periodici 2,8 mld 2,3 mld -17,2%

Questo colpo all’editoria è stato sferrato da tre direzioni: meno copie vendute (ma non è il colpo più duro), meno investimenti pubblicitari (che calano quasi dell’11% rispetto al 2012) e meno “collaterali” venduti (gli inserti in edicola che dagli anni ’90 sono riusciti a far reggere il colpo della diminuzione delle copie vendute). Torniamo però alle tre testate colpite a morte.

L’Unità 

La situazione è nota da tempo, il giornale è in crisi di copie e di identità. Che poi è la stessa cosa: a cosa serve una testata che si richiama alla sua storia comunista, quando non ci sono più riferimenti chiari nella società al partito e all’ideologia? Il Pd ne è l’editore [Precisazione richiesta e dovuta da parte di @massimosolani: di fatto il Partito Democratico non è l’editore unico de L’Unità, possedendo solo alcune quote del capitale; ma in alcuni casi converrebbe pesare e non solo contare le azioni]. Forse a qualcuno non sarà sfuggito che il Partito Democratico non è proprio il Pci. L’Unità però sembra averlo capito un po’ in ritardo. Così se qualche tempo fa dava del “fascistello” ad un rottamatore ora si ritrova a batter cassa per non morire allo stesso che nel frattempo è diventato presidente del Consiglio e Segretario di quel partito. L’Unità in ritardo ha capito anche che ormai i comunisti stavano diventando una specie protetta, o comunque preferivano comprare altri giornali. Rimanendo fedele ad una linea di giornale più tradizionale; recuperando poi in parte il gap con nel digitale. Il rischio di chiusura smuove gli animi, e mobilità i lettori (solo) su Twitter. Gli aficionados che mai vorrebbero veder chiudere L’Unità: ma sempre meglio morta che oltraggiata da Daniela Santanché L’indignazione vale un tweet, meno utile ma più consolatorio che fare un abbonamento al giornale (# è iostoconlunità). Che ha tempo fino al 30 luglio per non fallire: data ultima per ricevere un’offerta di acquisizione (o di salvataggio statale già invocato).

L’Europa

Sempre il 30 ma di settembre invece è la deadline per L’Europa. Quotidiano dell’ex partito della Margherita, in liquidazione, che da anni ha deciso di puntare sull’online: anche per ragioni di riduzione della spesa. Però ha saputo da subito cogliere le potenzialità del web, riuscendo ad esser presente nel dibattito pubblico. A differenza de L’Unità i conti di Europa Quotidiano sono a posto: anzi sono creditori nei confronti dello Stato. La scelta di rendere più sostenibile il loro business deriva dal fatto che non vogliono trovarsi ad esser debitori (anche perché non ci sarebbe un partito alle spalle che garantirebbe).

Abbiamo tagliato, abbiamo risparmiato (sui nostri stipendi, innanzi tutto), abbiamo spostato risorse dalla costosa distribuzione in edicola a una nuova e più agile presenza online.

Dice il direttore Stefano Menichini per spiegare dove vuole andare l’Europa. Che cerca una sua sostenibilità economica. Mentre L’Unità è più interventista (cioè chiede un intervento della politica o dello Stato). Cordoglio e abbracci però arrivano dalla rete anche per l’Europa (# questa volta è iostoconEuropa).

Linkiesta

Quindi la soluzione può essere il web? NO. Anche perché la crisi dell’editoria, una specie di skarkando, non risparmia (quasi) nessuno. Un mese fa su Italia Oggi Claudio Plazzota ha fatto i conti in tasca alle testate online. Le tasche erano bucate, o comunque non si è ancora trovata la formula giusta, diversa rispetto ai business model dell’editoria cartacea: pubblicità o un Pantalone qualsiasi che alla fine paga i debiti. In questi giorni oltre alla chiusura de L’Unità, al rischio di indebitamento per Europa Quotidiano, si discute anche delle sorti de Linkiesta.
Rispondendo proprio a Plazzotta, Marco Alfieri (ex) direttore de Linkiesta dice:

A Linkiesta ho imparato anzitutto che i discorsi di comodo di chi è rimasto su carta e ti dice “vedrai, appena riparte la pubblicità, tutto torna come prima” o di chi, approdato su internet, ti dice “vedrai, appena arrivano i ricavi pubblicitari, decolliamo”, sono essenzialmente dei gran alibi.

Dopo 14 giorni Alfieri scrive ancora, per spiegare perché lascia la direzione de Linkiesta. Alfieri subentrava a Tondelli, tra i fondatori che lasciò per diversità di vedute con il proprio editore.

Non esistono più gli editori di una volta

Che il mondo dell’informazione  è cambiato, credo, siamo tutti d’accordo. Nonostante questo rimangono delle costanti: come la crisi. Cambiano i formati e l’esperienza dei lettori/utenti; quello che però non è cambiato sono i rapporti di forza. Per ora l’unico che è riuscito a sciogliersi dall’abbraccio mortale del finanziamento pubblico è Il Fatto Quotidiano. Il territorio è cambiato, ma non ancora le mappe: al centro rimangono come forme di ritorno economico il finanziamento pubblico, che fa riferimento ad un partito o a un gruppo politico, e la pubblicità. Anche quest’ultima però si sta fortemente modificando. Siamo, chi scrive e chi legge, la “skip generation”: (quasi) insensibili al messaggio pubblicitario, vaccinati. Non è solo un problema economico, anche se poi spesso tutto si riduce a questo. Le tre testate di cui si è parlato hanno altro in comune oltre al rischio di chiusura. Hanno perso il faro, una guida: dimostrando che la crisi dell’editoria italiana è  soprattutto una crisi degli editori. Non solo per il loro contributo economico, ma come espressione di un potere. Capace di dettare una linea (editoriale) chiara, che non si riduca al fatto di avere i conti in regola. In Italia non ci sono quasi mai stati degli editori puri. E un giornale o un settimanale è sempre stata considerato, a ragione o meno, una leva del potere. Questo, oggi, sembra esser venuto meno. Non ci sono più gli editori di una volta. Non ci sono poteri nuovi, in grado di coagularsi intorno a specifici progetti editoriali. Oggi forse l’unica soluzione non è tanto puntare sul futuro, quanto strizzare un occhio al passato. Prima dei grandi gruppi, prima delle belle firme, c’erano loro: i lettori. Tanti e disposti a pagare, e non solo con un tweet, un’informazione di qualità.

Questo articolo è stato pubblicato in Comunicazione, Media e contrassegnato come , , , , da Fabio Ferri . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Aggiornato alle ore 16:07
Fabio Ferri

Informazioni su Fabio Ferri

A 11 anni viene pubblicato il suo primo articolo su di un giornale locale. Pensava d’aver sfondato e si riposa per una decina d’anni buoni. Poi gli dicono che scrivere è sempre meglio che lavorare (purtroppo ci crede) e quindi incomincia a frequentare i bagni di radio, quotidiani e agenzie stampa (scrivendo oscenità e i suoi contatti sulla porta del cesso). Folgorato dal Gonzo (journalism) e Data (sempre journalism), cerca senza successo di fonderli insieme in un abbraccio di parole e numeri. Su SP scrive a sua insaputa di comunicazione politica e social media (#socialpolitic). Twitter: @fabeor
ipse dixit

Alfano parla di carcere per chi sceglie l’utero in affitto. Ma il ministro lo sa che in Italia questa pratica è già vietata dalla legge 40? continua

Monica Cirinnà, relatrice del ddl sulle unioni civili
21 aprile 2015 | Giovedì 23 aprile – ore 18,00 Libreria Ibs Via Nazionale, 254 – Roma Presentazione del libro “Il Creasogni” di Simone...