Tutte le critiche alle riforme di Renzi e Berlusconi

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In questo articolo abbiamo spiegato come funziona la riforma della Costituzione, ora raccogliamo le osservazioni critiche al testo.

Sono diversi i punti controversi posti all’attenzione dell’opinione pubblica e del Governo da esponenti di forze politiche e da giuristi.

Il dissenso sull’impianto del ddl è politicamente trasversale. Esponenti del Partito Democratico, ma anche di Forza Italia (è il caso di Augusto Minzolini), sono critici nei confronti della modalità di elezione dei componenti del nuovo Senato. E’ il caso di Vannino Chiti (PD)che intervenendo oggi in aula, ma anche nei giorni scorsi, ha ribadito la necessità di mantenere il Senato elettivo anche e soprattutto in vista di ipotesi che vanno nella direzione del Presidenzialismo:

“Se a me presentate il modello degli Stati Uniti d’America, con l’elezione diretta del Presidente, anche capo del Governo, con una Camera e un Senato eletti direttamente dai cittadini che hanno loro funzioni e una loro piena autonomia, io la firmo e la voto subito. No l’ombra è quella di un Presidente eletto senza contrappesi autonomi, senza Camera e Senato forti e legittimati. E mi inquieta che il ministro delle riforme dica esattamente questo: facciamo presto a risolvere il problema del Senato. Poi ci sarà il presidenzialismo. A Senato non eletto direttamente dai cittadini, e a Camera eletta con l’Italicum, si vuol far corrispondere il presidenzialismo. Ma ci si rende conto di quello che si dice e di quello che si fa? Così è come imboccare contromano l’autostrada del futuro della nostra democrazia”.

Chiti risponde al disegno attuale con la riduzione non solo del numero dei senatori ma anche dei deputati, oltre alla diminuzione da subito delle indennità dei parlamentari.

Anche Pippo Civati (PD) punta il dito contro quello che definisce “controllo partitocratico sulle istituzioni“. Al centro, come Chiti, il Senato non elettivo a cui si aggiunge la proposta della nuova legge elettorale “Italicum”. Quest’ultima infatti, prevedendo le liste bloccate finirebbe per lasciare un eccessivo controllo sui partiti, diminuendo il potere dei cittadini di scegliere, attraverso le preferenze, i propri rappresentanti.

“Altra importante notizia: i senatori non saranno eletti dai cittadini. Rispetto alle proposte iniziali è cambiato molto ma non l’idea della cooptazione, dell’elezione da parte degli eletti anziché da parte degli elettori. Anzi.

Mentre l’ancora notevole numero di deputati dovrebbe ancora essere eletto con liste bloccate (che anche grazie alle candidature plurime e alla distribuzione nazionale dei seggi non consentiranno neppure di capire chi è eletto), i senatori saranno sindaci o consiglieri regionali scelti da questi ultimi con metodo proporzionale (e – ovvio – liste bloccate), in modo da consentire ai capi partito di decidere chi diventerà senatore: non può ritenersi più, infatti, una elezione – neppure di secondo grado – ma la classica spartizione partitocratica. Come quella già messa in campo per le province.

Così mentre tutti sentono solo parlare di cambiamento, il controllo partitocratico sulle istituzioni prosegue. E si rafforza. Camera e Senato saranno disegnate a tavolino in qualche stanza romana tra poche persone secondo accordi partitocratici, mentre gli elettori saranno sempre più irrilevanti”.

Sergio Zavoli è in un certo senso fatalista. In buona sostanza per Zavoli il problema riguarda principalmente le condizioni storico-politiche che non consentono alternative. Intervistato ieri da Antonello Caporale, per Il Fatto quotidiano, si è detto “angosciato” ma al tempo stesso “sotto ricatto”:

“Siamo sotto ricatto. Se casca questo governo è la barbarie, il disordine politico. E c’è un alito di ve- rità in questa paura. E questo rafferma i pensieri, riduce i propositi e consegna tutti noi stancamente a quel dopo che non vorremmo”.

Dal versante giuridico critiche arrivano ad esempio da Stefano Rodotà che proprio ieri in un’intervista rilasciata sempre a Il Fatto Quotidiano ha sottolineato la possibilità di una “svolta autoritaria” attraverso “un enorme accentramento di potere nelle mani dell’esecutivo e del premier” e una “diminuzione, e in qualche caso scomparsa, di controllo e contrappesi”. Il mix tra nuova legge elettorale e nuove norme in tema di elezione del Presidente della Repubblica può in potenza minare gli equilibri a favore dell’esecutivo anche per quanto riguarda la composizione della Corte Costituzionale.

“La maggioranza – dice Rodotà – può impadronirsi del presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Mi spingo più in là: avremo un premier e un esecutivo che si impadroniscono del sistema costituzionale, senza forme efficaci di controllo”.

Un’analisi critica viene poi da Aldo Giannulli che sulla rivista Micromega mette a nudo una serie di problematiche che investirebbero il nuovo impianto costituzionale. Tra questi si segnalano ancora una volta l’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali, che potrebbero, in virtù della riduzione dei senatori, dell’esclusione dei delegati regionali e non ultimo del sistema maggioritario della nuova legge elettorale, consentire alla maggioranza di esprimere da sola il Capo dello Stato.

“Dunque, l’elezione del Presidente sarebbe decisa sostanzialmente da una maggioranza che, con ogni probabilità, rappresenterebbe solo una minoranza degli elettori. Ancora peggio per quel che riguarda i giudici costituzionali, dove, sulla carta, ad una maggioranza di governo d’accordo con il Presidente, basterebbero solo 4 senatori per prendersi tutti i 5 giudici, che andrebbero ad affiancarsi ai 5 di nomina presidenziale. E con 10 giudici bloccati su 15, facciamo dire alla Costituzione tutto quello che ci piace”.

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