Errori, sviste e sponsor: il Mondiale visto in tv

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Si chiude il Mondiale, tutto molto bello: le partite, i gol, i retroscena, le lacrime e la gioia, le istantanee che resteranno nella mente d’ognuno di noi. Tutto molto bello, o quasi, complici gli sfondoni della frangia dei telegiornalisti e di conduttori e conduttrici varie che purtroppo lasceranno più che segni, ferite. Naturalmente la tv di Stato giganteggia per la povertà di idee e l’unica mossa azzeccata di mamma Rai è legata alla sigla di apertura delle trasmissioni a tema, Mina è unica e stravince al confronto dell’incomprensibile, stucchevole e letale cantilena del rapper di turno, un “ghe pens mi” dei ‘noantri cui vorrebbero appiccicare l’etichetta del bad boy che però piace alle nonne.

Pronunce impronunciabili

Le pronunce di alcuni speaker sono incomprensibili: sempre sulla Rai l’olandese Kuyt viene chiamato nell’ordine prima Cait, poi Cuit, e ancora Kiuit e infine Cut. Il brasiliano Neymar viene sussurrato alla francese, dunque con l’accento sulla “a” da alcuni e all’inglese da altri; Zuniga diventa “Suniga” e l’attaccante svizzero Shaqiri diventa a seconda dell’urlatore di turno “Sciakiri” o “Sciasciri”. Kedira (accento sulla “e”) si trasforma in Kedirà, ma la cosa che fa rabbrividire e Gianluca Vialli che cita Vladimiro Caminiti. Inutile spiegare a taluni che sarebbe meglio continuassero a vivere di luce riflessa piuttosto che cercare il colpo di teatro quando mancano le basi del palcoscenico. Ovviamente per tacere del mediomen-tuttologo della pay-tv che sfiora il ridicolo quando alla domanda “chi vince la finale?” risponde “spero innanzi tutto che vinca Rizzoli”.

Ah, a proposito di Khedira: il telecronista Rai si accorge che non è in campo per Germania-Argentina dopo 180 secondi che la sfida è cominciata. Rapido a scrutare l’assenza, come neanche una serpentina di Messi.

Sviste storiche

A Sky proseguono imperterriti affermando che il Brasile è la prima nazione ad aver ospitato i Mondiali due volte perdendoli. Gli studiosi della storia dei mondiali, ma anche i quattordicenni al loro primo mondiale osservato in tv, sanno che già il Messico ospitò due volte la kermesse iridata perdendola in entrambi i casi: avvenne nel 1970 e nel 1986. Nessuno invece sottolinea che in venti edizioni, solo sei volte la rassegna intercontinentale è stata vinta dal Paese ospitante: nel 1930 l’Uruguay, nel ’34 l’Italia, nel ’66 l’Inghilterra, nel ’74 la Germania, nel ’78 l’Argentina, nel 1998 la Francia. Invece c’è tempo da perdere nei processi di rito, pare che il teletifoso viva solo di quello, almeno a sentir vociferare i funzionari e i capoccioni delle tv che hanno l’esclusiva o la parziale esclusiva del mondiale o per lo meno inviati e qualche telecamera al seguito in Sudamerica.

Plurale “mai-e-statis”

Cosa si è disputato in Brasile? Il “mondiale” di calcio, non i “mondiali”. E’ una piccolezza, una quisquiglia alla quale non si fa caso, perché il sentito dire pare valga più d’un libro di grammatica. Qui proviamo a spiegare che di mondiale nel 2014 se n’è disputato uno soltanto, pure se le partite in programma erano 64, e che i “mondiali” invece sono la raccolta delle varie edizioni. Diventa più facile con l’esempio: l’Italia ha vinto quattro mondiali, la Francia ha vinto un mondiale.

Coppa e sponsor

Vince il secondo mondiale consecutivo l’Adidas, già in trionfo nel 2010 con la Spagna. Alla Nike, che no vince dal 2002 col Brasile (nel 2006 vinse Puma) la mera consolazione di terzo e quarto posto. La coppa del mondo, disegnata da un italiano all’inizio degli anni ’70 (ma lo ricordano in pochi, si chiama Silvio Cazzaniga e ha 93 anni) prima della finale è accompagnata a bordo campo in una scatola dove campeggia il marchio Louis Vuitton. Chi voleva multare Neymar per aver mostrato il bordo delle mutande accusandolo di pubblicità occulta che dice stavolta?

Continente

Quasi dimenticavamo, il mundial lo vince la Germania. Significa che per la prima volta una nazionale europea sbanca oltreoceano e che l’Europa conquista per la terza volta di fila il campionato del mondo. Mai accaduto prima.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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