Spiagge e stadi: il parallelo Mondiale tra Italia e Brasile

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A Copacabana, e dico a Copacabana, non sulla spiaggia tipo “pizza e fichi”, la sabbia è di tutti, non ci sono stabilimenti né vincoli, la gente gioca a pallone on the beach e noi, prontissimi da italiani medi a spiegare che i brasiliani sono bravi col tocco di palla perché giocano a piedi nudi sull’arena, scopriamo che lì, rive dell’oceano, ogni tre per due ci sono due porte di legno e un minicampo, sortignaccolo nelle righe ma comunque buono per giocare a football.

Qui è diverso: in spiaggia non si gioca a pallone, non si fuma, c’è il divieto-cani, la radio deve stare a basso volume, non può mangiare, non si piscia perché mancano i bagni e se li trovi è meglio che non ci entri che ti prende una malattia, le docce non ci sono e se ci sono l’acqua esce giallognola, l’ombrellone costa un occhio della testa e la sdraio l’altro occhio.

Culi, “calippi e birette”, venditori ambulanti, massaggiatori d’ogni tipo, lettori di mano e dell’iride, coatti d’ogni estrazione, fighetti, ragazzini che strepitano, mariti traditori e mogli perennemente incazzate, eccole le nostre spiagge. Qui, nel Paese delle utopie – un premier che potrebbe fare da testimonial per lo studio della lingua inglese, un’infinita serie di corruzioni di stampo politico, le istituzioni che mandano sul lastrico gli imprenditori perché non pagano e gente del Dazio che ammazzerebbe la madre pur d’incassar gabelle, per tacere di mille altre italiche pazzie – conviviamo con l’idea d’un Paese, il Brasile, che sta peggio di noi perché gli stadi sono stati consegnati un attimo prima del calcio d’inizio.

Pensavamo che mal comune fosse mezzo gaudio. Invece i brasiliani chiudono il mundial meglio del nostro Italia ’90, che ancora ne paghiamo le conseguenze di quel campionato mondiale, brutto a cominciare dalla mascotte e schiantato, come sempre, da una burocrazia che ci vede costantemente vincitori.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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