Mister e misteri: da Prandelli in Turchia agli inni di Klinsmann

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Cesare Prandelli era quel difensore che stava appizzato un po’ di qua e un po’ di la sull’arcinoto gol di Turone, roba d’uno scudetto irriso dai centimetri d’un fuorigioco – visto o non visto? fate voi! – più di sei lustri fa. Era anche quello che rimase a Roma per allenare i trigoriani il tempo d’un caffè, ma con giustificazione familiare più che nobile per l’addio, seppur spiattellata in ogni dove.

Do you remember codice etico?

E ancora: era quello della pastorale azzurra e del codice etico, diciamo pure “compreso appena da tifosi-comuni mortali”, ai quali resta il dubbio del doppio peso e della doppia misura. Ora che s’è trasferito a Istanbul, al Galatasaray, dove qualche nababbo del calcio c’è ancora, dimenticherà in fretta la delusione mondiale, magari più nostra che sua, perché una sconfitta fa perdere la faccia ai tifosi ma non a chi vive col calcio visto che le decurtazioni dovute agli errori in questo campo non sono mai state applicate.

Gli inni di Jurgen

Jurgen Klinsmann è invece un signore tedesco di bell’aspetto, cinquantenne ma ancora biondo, seppur con la zazzera più corta di quando si barcamenava nel triennio interista a cavallo fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta. E’ stato anche l’allenatore della nazionale tedesca sconfitta al mondiale 2006 dall’Italia in semifinale, e in Brasile ha affiancato con merito il team statunitense fino agli ottavi di finale. Avesse allenato l’Italia qualcuno da noi l’avrebbe perfino messo in croce perché prima di Usa-Germania al mondiale in corso ha cantato sia “Deutschlandlied” che “The star-spangled banner”.

Il processo a Fabio Capello

Dio ce ne scampi e liberi, gli opinionisti d’Italia si sono sbizzarriti nell’analizzare i motivi che hanno spinto il panzer di Göppingen a stare “nazionalpopolarmente” a metà del guado. Fortuna che Alberto Zaccheroni col “suo” Giappone non ha incontrato l’Italia, sicuramente gli avrebbero dedicato “porte a porte” con tanto di plastico e “processi biscardiani” qualora avesse intonato Kimi ga yo.

Fabio Capello è stato invece “processato” dal parlamento russo, a quanto raccontano i cronisti, perché ha dovuto giustificare il fallimento della nazionale che allena, uscita di scena come gli Azzurri al primo turno dall’hit parade mondiale. Basta e avanza per dedicare attenzioni ad altri sport.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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