Come muore un migrante

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Trenta metri sono un terzo di un campo da calcio. E in un terzo di un campo da calcio seicento persone soffocano. Bisogna fare i conti con i numeri dei migranti, ancora una volta, perché l’idea di associare un volto, un nome e una storia di vita è un impresa troppo umana e di cui la maggior parte di noi si disinteressa.

Seicento erano le persone appiccicate le une alle altre nell’ultima imbarcazione, la nave Grecale, arrivata ieri a Pozzallo, in provincia di Ragusa. E sono circa 5000 i migranti soccorsi nelle ultime 48 ore. Snocciolare dati e fare statistiche è un gioco inutile e spesso controproducente se non affiancato ad una riflessione sul perché.

In quel pezzo di legno galleggiante c’erano quarantacinque uomini in un vano ghiacciaia, là dove di solito si mette il pesce: quando hanno sentito di non avere più aria hanno provato a salire in superficie ma sono stati ricacciati in basso dagli scafisti per non inficiare una situazione già totalmente precaria.

E sono morti così, per asfissia, viaggiando in una stiva nella quale si erano infilati per darsi una possibilità di vita. E noi, tutti, siamo buoni a celebrare le memorie degli olocausti di cinquanta anni fa, ma non sappiamo che valore dare alla vita di quarantacinque persone che muoiono come i topi, ne più, ne meno.

I luoghi comuni sulle morti dei migranti

La responsabilità è politica più di quanto si voglia far credere e, nonostante i numeri elevatissimi e la risonanza mediatica della tragedia, si tratta di una scelta programmatica che ha più di vent’anni.

I morti sono vittime del mare e delle tragedie nei loro paesi di origine solo per metà, la restante parte di colpe è dei paesi in cui arrivano, e non sono solo demeriti organizzativi e politici ma anche culturali.

Il più grande osservatorio sulla migrazione nelle nostre coste è il blog di Gabriele Del Grande, Fortress Europe (http://fortresseurope.blogspot.it/), che in queste settimane sta raccogliendo i luoghi comuni, quelli che abbiamo sentito almeno una volta nella vita, più accreditati: “Qualche morto in mare è il prezzo da pagare per difendere le nostre frontiere”.

I numeri della morte in mare

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere europee almeno 20mila persone. La maggior parte sono annegati nel Mediterraneo. E il dato reale potrebbe essere molto più elevato perché di molti naufragi non si è avuta nessuna notizia. Eppure le persone continuano a partire. Segno che quei morti non hanno sortito nessun effetto deterrente. Al contrario l’unico effetto dei pattugliamenti militari negli anni è stato di allungare le rotte per aggirare i controlli, con il risultato di un aumento dei morti nel Mediterraneo, un mare che è ormai diventato una grande fossa comune”.

Di fossa comune si parla in queste ore per i quarantacinque uomini, stigmatizzati sempre come “migranti”: di scenari da Auschwitz, senza andare troppo per il sottile. Ma nei giorni di un dolore così manifesto, in cui le immagini e le testimonianze rendono tutti più accorati e dispiaciuti si ignorano le cause, si fingono soluzioni che evidentemente sono vane.

La storia ci ricorderà come complici del mare, carnefici al pari degli scafisti perché il cambiamento deve essere prima di tutto culturale, linguistico, morale. Ognuno dei quarantacinque uomini morti come topi in un vano ghiacciaia è una domanda che dobbiamo fare prima di tutto a noi stessi: che responsabilità abbiamo? E quanti ancora ne devono morire?

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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