I Big Data falliscono sul calcio: il Mondiale batte Nate Silver?

Forse è la vittoria dei romantici, di  quelli che preferiscono il gesto istintivo al calcolo. Forse è anche la dimostrazione che  il fattore umano non è (ancora) un prevedibile con un algoritmo. Insomma, il Mondiale in Brasile ha sconfitto Nate Silver, dimostrando che i Big Data falliscono sul calcio.

Le previsioni di Nate Silver

Nate Silver è il profeta dei Big Data, ossia della capacità di fare previsioni a partire dai dati a disposizione. Nel suo settore è diventato una leggenda, perché è riuscito a prevedere l’esito delle elezioni presidenziali statunitensi del 2008 e del 2012. Il modello vincente, in precedenza, aveva indovinato i pronostici delle partite di baseball. Un calcolo matematico, complesso soprattutto per l’acquisizioni dei dati, poteva prevedere l’esito di una partita.

Il calcio è un’altra cosa

Le “profezie” sul Mondiale 2014 non sono state azzeccate, anzi. Gli errori sono stati davvero numerosi, il primo su tutti riguarda la Costa Rica: era stata indicata come “agnello sacrificale” del girone dell’Italia, invece è stata la capolista capace di conquistare addirittura un posto ai quarti di finale. L’elenco di errori è comunque abbastanza lungo.

Il calcio, insomma, sembra un’altra cosa rispetto a una partita di baseball o a un’analisi del sentimento politico in un Paese. Una giocata di Messi, insomma, è difficile da pronosticare in tempo, ed era ancora di più complicato immaginare l’esplosione di James Rodriguez. Del resto come è immaginabile un errore come quello del portiere nigeriano, Vincent Enyeama, commesso contro la Francia?

Riconsiderare i Big Data?

La prima reazione sarebbe quindi  di riconsiderare, o peggio di ridimensionare, l’importanza dei Big Data (che in Italia per molti sono sconosciuti).

La conclusione meno drastica è che il fenomeno deve essere contestualizzato: un Mondiale di calcio è un evento a sé stante, che esula dal calcolo probabilistico. I Big Data, se sfruttati al meglio, possono davvero indicare come finiranno le elezioni. Ma non bisogna trasformarli in una “religione”, secondo cui viene ridotto tutto a un algoritmo.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI