La libertà di stampa in Italia, facciamo chiarezza

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La stampa italiana è libera? Qual è il livello di libertà di informazione nel nostro paese e quali sono gli elementi di criticità? Nonostante il ruolo centrale che essa svolge per il corretto funzionamento della democrazia, quello della stampa, e con esso del complesso sistema dei mezzi di comunicazione, sembra essere per la politica, se si fa l’eccezione di Beppe Grillo, un tema marginale.

Per poter fare un po’ di chiarezza ci serviremo dei risultati pubblicati dai due organi internazionali che da anni si occupano di raccogliere dati e stilare rapporti in materia. Sto parlando di Reporter Without Borders e Freedom House

Diciamo subito che nelle numerose pagine che compongono i vari report non ci sono riferimenti alla qualità dei contenuti in sé. Al contrario ciò che conta sono soprattutto le condizioni formali (legislative, economiche e politiche in particolare) che rendono più o meno agevole il lavoro degli attori dell’informazione.

Metodi di rilevazione

Un primo aspetto da non sottovalutare riguarda la metodologia. Per poter meglio comprendere i motivi su cui poggia una certa reputazione a livello internazionale è bene conoscere i parametri che sono considerati pertinenti. Questo aspetto consente di  cogliere pienamente le ragioni della nostra reputazione e conseguentemente di fornire gli strumenti per valutare l’adeguatezza di certe decisioni o posizioni politiche a riguardo.

REPORT WITHOUT BORDERS

Il metodo di indagine pone l’accento su sei criteri generali:

Pluralismo (misura il grado di rappresentazione delle opinioni nello spazio mediatico).

Indipendenza dei media (misura il grado in cui i mezzi di informazione sono in grado di lavorare in modo indipendente dalle autorità).

Ambiente e autocensura (analizza l’ambiente nel quale i giornalisti lavorano)

Quadro legislativo (analizza la qualità del quadro legislativo e ne misura l’efficacia)

Trasparenza (misura la trasparenza di istituzioni e procedure con effetti sulla produzione di notizie e informazioni).

Infrastrutture (misura la qualità dell’infrastruttura a sostegno della produzione di notizie e informazioni).

Le valutazioni, costruite sulla base di questionari, utilizzano un sistema ponderato per ogni risposta possibile. In ognuna delle 6 categorie ciascun paese riceve un punteggio tra 0 e 100 che viene utilizzato per calcolare il valore generale e costruire così la classifica.

FREEDOM HOUSE

Anche in questo caso la valutazione generale dello stato di libertà di un paese si fonda su un complesso sistemi di questioni.

A risultare pertinenti sono le tre categorie principali, ciascuna delle quali è articolata in parametri dettagliati:

QUADRO LEGISLATIVO: pone particolare attenzione alle leggi e ai regolamenti che potrebbero influenzare i contenuti dei media. Tale categoria prende in considerazione il quadro normativo e valuta l’impatto sulla capacità dei mezzi di informazione di operare in piena libertà.

QUADRO POLITICO: viene valutato il grado di controllo politico sul contenuto dei mezzi di informazione; tra questi vengono segnalate anche la censura, l’intimidazione e le minacce.

QUADRO ECONOMICO: vengono analizzate le condizioni in cui operano i mezzi di informazione. Sono tenute in considerazione anche le dinamiche del mercato pubblicitario, sovvenzioni statali, corruzione, strutture e proprietà.

Per ciascuna valutazione è assegnato un punteggio così ripartito.

A) Quadro economico (0 – 30) 

B) Condizioni politiche (0 – 40)

C) Condizioni economiche (0 – 30)

 Il punteggio generale sarà dunque dato dalla somma dei valori ottenuti nelle tre categorie.

Avremo dunque:

Informazione libera (0 – 30), informazione parzialmente libera (31 – 60), informazione non libera (61 – 100).

Le valutazioni dell’Italia

Reporter Without Borders – (Clicca sull’immagine per ingrandire la mappa)

Mappa Reporter Without Borders

Nella classifica del 2014 l’Italia si colloca al 49° posto su 180 paesi monitorati, dietro al Niger (48°) e Haiti (46°) e appena sopra la Tailandia (50°) e Malta (51°). Nonostante la posizione non sia edificante, soprattutto rispetto alle nazioni del nord Europa, il nostro paese è quello che ha mostrato un più ampio margine di miglioramento, riuscendo a scalare ben 8 posizioni rispetto al 2013 e trasferendosi dal gruppo dei Paesi con “problemi sensibili” a quello dei Paesi che presentano una “situazione piuttosto buona”.

A favorire l’ascesa ha contribuito la discussione sulla depenalizzazione del reato di diffamazione. Discussione che si animò notevolmente dopo la condanna al cercare per il direttore del ‘Il Giornale’ Alessandro Sallusti:

“The only positive evolution in the south is to be found in Italy, which has finally emerged from a negative spiral and is preparing an encouraging law that would decriminalize defamation via the media”.

La valutazione di RWB è stata criticata dall’osservatorio Ossigeno Informazione che ha chiesto alla stessa una rettifica:

“La proposta di legge citata propone infatti solo una sostituzione di pena del carcere con sanzioni economiche non meno preoccupanti e intimidatorie, poiché non sono leggi proporzionate alle capacità economiche del condannato né al danno arrecato”.

Nel report del 2014 RWB non fornisce ulteriori dettagli sul caso Italia. Alcune informazioni possono essere rintracciate in quello dell’anno precedente. Anche qui a pesare molto, in senso negativo, è il quadro legislativo (tentativo di legge bavaglio e reato di diffamazione in particolare)

Non se la passano bene nemmeno i paesi considerati da sempre il modello di libera informazione. E’ il caso dell’Inghilterra, scesa al 33° posto e su cui grava la pressione del governo britannico sui giornalisti del Guardian, oltre alla vicenda della detenzione di David Miranda.

In picchiata anche gli Stati Uniti (scesi di ben 13 posizioni e a sole tre lunghezze dal nostro Paese) che pagano tra le altre cose la vicenda di Edward Snowden dopo quella già famosa di Julian Assange nel 2012.

Freedom House – (Clicca sull’immagine per ingrandire la mappa)

mappa Freedom House 2014

mappa Freedom House 2014

Nella classifica stilata da Freedom House l’Italia mantiene il suo status di paese parzialemente libero in leggero miglioramento rispetto al 2013 (passata da 33 a 31). I miglioramenti hanno riguardato in particolare la categoria relativa alla condizione economica (da 12 a 9 punti) e a quella politica (da 11 a 10). Peggiorano invece, al contrario di Report Without Borders, le valutazioni dal punto di vista legislativo (da 10 a 12).

Anche in questo caso non vengono forniti dettagli che possiamo però rintracciare nel report del 2013.

Sono numerose le cause della cattiva reputazione dell’Italia. In particolare è l’aspetto normativo a giocare un ruolo importante.

Una delle note dolenti riguarda ad esempio la Legge Gasparri del 2004. Nella sua relazione Freedom house parla, in riferimento a Silvio Berlusconi, di controllo nel mercato dei media privati e nel mercato pubblicitario.

Tra gli aspetti critici della legge n. 112 del 3 maggio 2004 vi è infatti il calcolo del tetto antitrust non più fissato sulla base del numero di concessioni televisive, massimo 3 secondo la precedente legge Mammì (Art. 19, comma 1), ma secondo la percentuale di raccolta di risorse economiche (Art. 15) nell’ambito del Sistema Integrato delle Comunicazioni (SIC) (Art 2; comma 1; LETT g):

“il settore economico che comprende  le  seguenti  attivita':  stampa  quotidiana  e periodica; editoria   annuaristica  ed  elettronica  anche  per  il  tramite  di INTERNET;   radio   e   televisione;   cinema;  pubblicita’  esterna; iniziative di comunicazione di prodotti e servizi; sponsorizzazioni”.

Altro elemento che grava sul giudizio finale è legato ai numerosi tentativi del legislatore di varare provvedimenti in contrasto con la libertà di stampa. E’ il caso della famosa legge bavaglio (ottobre 2011), che prevedeva una stretta in tema di intercettazioni e norme rigidissime per la rettifica, anche per i blog (con multe fino a 12.500 euro e obbligo di rettifica entro 48 ore e visibile per i successivi 30 giorni). Sebbene con alcune eccezioni, (è il caso di Filippo Facci o del quotidiano il Giornale) l’iniziativa fu accolta da una grande mobilitazione culminata con la protesta del sito italiano dell’enciclopedia on line Wikipedia.

Oltre alla legge bavaglio, secondo Freedom House, la restrizione della libertà di informazione in Italia si è manifestata mediante i tentativi di esercitare un più stretto controllo della rete. Nel 2011 l’AGCOM, ad esempio, era sul punto di approvare la delibera “Schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica“, poi modificata, finalizzata al contrasto della pirateria. Con tale schema l’Authority avrebbe avuto il potere di bloccare e rimuovere siti web senza passare dalla magistratura e avrebbe al tempo stesso caricato di responsabilità il provider (una lettura critica è quella data da Guido Scorza su puntoinformatico). Il testo fu revisionato in seguito ad una grande mobilitazione.

A rendere il paese meno libero c’è, come per RWB, anche il reato di diffamazione che in Italia prevede anche il carcere per i giornalisti. Freedom House cita i casi del redattore Orfeo Donatini e del direttore, Tiziano Marson, del quotidiano Alto Adige condannati a 4 mesi di carcere e una pena pecuniaria di 15.000€. Altro caso appena citato è quello di Alessandro Sallusti  condannato a 14 mesi di reclusione nel settembre 2012, per una vicenda relativa al 2007 quando era il direttore responsabile del quotidiano Libero. Sulla scia della vicenda Sallusti il Senato approvò un emendamento che prevedeva la reclusione fino a un anno in alternativa a multe da 5mila a 50mila euro, in caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa. A questo vanno inoltre aggiunte le numerose cause civili contro i giornalisti.

Non è ben considerata inoltre l’assenza di una legge organica sul diritto di accesso. Questo aspetto rende spesso lungo e problematico l’accesso per i giornalisti ai documenti richiesti. Sulla questione nel 2012 si interessò FOIA.it con una petizione in favore dell’adozione di una legge sulla trasparenza della pubblica amministrazione.

Giudicati negativamente anche i meccanismi che regolano le nomine dell’AGCOM e del consiglio di amministrazione Rai (le ultime avvenute nel corso del governo Monti) che farebbero emergere una eccessiva influenza della politica sulle istituzioni dei media.

Ad arricchire il quadro vi sono poi le numerose minacce indirizzate ai giornalisti italiani da parte delle organizzazioni criminali e non solo. Tra le vicende più note c’è quella di Roberto Saviano e quella di Giovanni Tizian. L’osservatorio Ossigeno Informazione ha documentato che nel solo 2014 ai danni dei giornalisti sono state rivolte ben 238 minacce.

Nel rapporto di Freedom House trova spazio anche il tema dei finanziamenti pubblici. Le sovvenzioni dirette e indirette verso le testate giornalistiche negli ultimi anni (qui il dettaglio dal 2003 al 2012) hanno subito una drastica riduzione che rischierebbe di far chiudere circa 100 testate.

Dal punto di vista economico vi è infine la grande disparità di trattamento tra i giornalisti professionisti con contratto giornalistico nazionale e precari. Proprio in questi giorni, e precisamente il 19 giugno, è stato firmato un accordo tra il sindacato dei giornalisti (FNSI) e quello degli editori (FIEG) per inserire nel prossimo contratto nazionale un tariffario minimo per i giornalisti assunti con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (equocompenso). Tale impegno è stato duramente criticato dal presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino.

Libertà di Stampa in Italia | Create Infographics

La stampa italiana è libera?

Come abbiamo anticipato in apertura, le problematiche riguardanti la libertà di stampa in Italia sono variegate e complesse. Se dovessimo soffermarci ai dati forniti da FH e RWB, basterebbe operare scelte mirate in tema di diffamazione per migliorare la reputazione agli occhi degli organismi internazionali.

Possiamo a questo punto sfatare anche il mito dei finanziamenti pubblici, duramente attaccati, soprattutto da Beppe Grillo. Non sono questi ultimi a far degenerare la ‘qualità’ della stampa italiana, o comunque non sono loro a determinare la nostra valutazione negativa secondo le stime di Freedom House e Reporter Without Borders. Al contrario proprio l’attacco quotidiano e personale rivolto ai giornalisti, è il caso della rubrica ‘Giornalista del giorno’, potrebbe in futuro appesantire la nostra posizione. Non ultima la proposta del leader del M5S di obbligare i giornalisti a rivelare le fonti, pena la condanna per diffamazione: proposta che aggraverebbe non poco la nostra posizione dal punto di vista normativo e dal punto di vista dell’autonomia.

Alle criticità già rilevate vanno aggiunte le drammatiche condizioni con cui ogni giorno freelance e precari sono costretti a lavorare, spesso sotto pagati, quando pagati. A questo si aggiunge la progressiva ‘svalutazione’ del ruolo del giornalista, in linea con quello di tutti i lavori ‘intellettuali’ (basti pensare alla condizione degli insegnanti, ricercatori, dottorandi, archeologi etc.).

Da non sottovalutare infine l’impatto delle nuove tecnologie sul modo di acquisire e produrre informazione. Pensiamo all’effetto della personalizzazione, sempre più marcata nel web e ben descritta da Eli Pariser nel suo volume dal titolo ‘Il filtro. Quello che internet ci nasconde‘.  Pensiamo all’effetto che la personalizzazione avrà nel modo di selezionare a monte le notizie. Le stesse linee editoriali potrebbero essere (in parte è già così) influenzate notevolmente dall’andamento del ‘traffico’. Allo stesso modo la vita e la morte professionale dei giornalisti potrà essere decisa da Google Analityc e dalla fruttuosità dei loro ‘scoop’.

Si pubblica, e quindi si ricerca, principalmente ciò che fa ‘audience’ e non ciò che può essere notiziabile dal punto di vista del pubblico interesse: un esempio interessante è quello della CNN con l’esibizione di Miley Cyrus agli MTV Awards dello scorso anno raccontata da Il Post.

E’ forse questo un argomento su cui riflettere per ripensare un nuovo e più idoneo modello di informazione. Un modello che opponga alla quantità la qualità; che non rincorra e non alimenti gli appetiti ‘pruriginosi’ del pubblico e che sostituisca la pura logica del mercato con quella della funzione informativa.  E’ chiaro che l’attuabilità di tale processo poggia in gran parte su un componente del processo comunicativo totalmente trascurato dalle indagini sopracitate: il lettore.

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