Bambini congolesi, Meriam e sbarchi: immigrati usati a piacimento

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I bambini congolesi che fanno le treccine al ministro Boschi; la foto delle nozze di Meriam, la ventisettenne sudanese condannata a morte; gli immigrati ammassati sui barconi: il lettore medio, quando non distratto dai mondiali e da Renzi, vedendo queste immagini, sa benissimo come schierarsi.

Ricordiamo I fatti

Andando per ordine: il 28 maggio, dopo sette mesi, arrivano a Roma, accompagnati dal Ministro Boschi 31 bimbi congolesi adottati da famiglie italiane. I più piccoli scendono dall’aereo presi per mano alla Ministra che si dichiara soddisfatta e fiera del lavoro svolto e personalmente ringrazia “Palazzo Chigi, la Farnesina e la sensibilità del presidente che ha sbloccato la situazione”.

A metà febbraio Meriam Yahia Ibrahim Ishag, una donna sudanese, viene accusata di apostasia, il reato di abbandonare la propria religione, in questo caso l’islamismo, e condannata a morte per impiccagione. Meriam è stata considerata un’adultera per aver sposato Daniel Wani, sud sudanese cristiano con cittadinanza americana. Sul suo caso, atroce e ingiusto si sta ancora battagliando, è stata liberata e poi di nuovo fermata in aeroporto, adesso è all’ambasciata ambasciata Usa a Khartoum.

Il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli ha annunciato che andrà in Sudan e se il caso non sarà risolto lo affronterà negli incontri di vertice. Federica Mogherini, il Ministro degli Esteri, ha dichiarato che l’Italia ha avviato i contatti, nel rispetto delle autorità locali per arrivare in tempi brevi a una soluzione positiva e definitiva per Meriam. Eugenia Roccella (Ndc) ha proposto di concedere lo status di rifugiati alla famiglia di Meriam, lei, che, per inciso, è contraria allo Ius Soli.

Le immagini degli sbarchi, invece, sono solo tragedie e rischi per tutti. Nel 2014 c’è stato un incremento della migrazione sulle nostre coste del 900% rispetto allo stesso periodo del 2013. Pistelli ha detto che “La questione migratoria sarà una priorità dell’Italia durante il semestre di Presidenza italiana dell’UE”. E nel frattempo, dall’ottobre del 2013, va avanti l’operazione “Mare Nostrum” che “garantisce la salvaguardia della vita in mare e assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti”.

Come ci sentiamo buoni, ignorando di essere cattivi

Le tre storie sembrano non avere nulla in comune e, sebbene sia molto importante che se ne parli, nel leggere le dichiarazioni e nell’osservare il profondersi di sforzi palesi e mediaticamente coperti delle prime due vicende, viene da chiedersi se non ci sia una certa strumentalizzazione ad hoc nel preferire alcune storie ad altre.

Come a dire, nel caso dei bambini congolesi e in quello di Meriam, che siamo noi i buoni, che abbiamo parlato, che abbiamo reagito, che abbiamo fatto rispettare i diritti. Il diritto alla narrazione di un certo tipo è appannaggio di chi decide: politici e giornalisti che scrivono articoli attenti e scrupolosi (salvo poi dimenticare la “Carta di Treviso” sulla tutela delle immagini dei minori).

Sono trattate in modo sbrigativo e asettico invece le storie di quelli che sono sbarcati senza una voce, sbattuti in un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione), luoghi esemplari di inumana condotta ma ancora aperti proprio mentre tutti, destra sinistra o quel che ne rimane, da una parte invocano una giustizia europea più alta e dall’altra sono i bulletti del quartierino con le dichiarazioni trionfanti su 31 bambini, senza tenere il conto di quanti ne muoiono in mare o arrivano soli e sono destinati a una condizione difficile. Ma quelli fanno meno notizia e sono portatori di malattie e la parte dei buoni viene meno bene.

Cosa raccontare?

Si decidono così le storie da raccontare e quelle da tacere, la possibilità di restare nella memoria di un lettore medio e di essere buono o cattivo, in modo inopportunamente manicheo, ma soprattutto la pratica sbrigativa e ipocrita di far diventare le vite degli altri un fascio di luce angelicata sulle dichiarazioni a volte affrettate e inutilmente risolutive ma trionfanti di quanti hanno la parola e la usano solo per il loro tornaconto.

Sarebbe forse giusto iniziare a pensare di fare qualcosa che vada ben oltre le dichiarazioni, le parole che dettano una linea di pensiero e che corrispondono solo di rado ad azioni altrettanto perentorie. I bimbi congolesi, Meriam e i migranti non sono altro che la faccia della stessa medaglia: un’umanità difficile da comprendere e per la quale però non si ha pietà, neppure, verbale.

La Carta di Treviso

Il 5 ottobre del 1990 l’Ordine dei Giornalisti ha ratificato la Carta di Treviso per una cultura dell’infanzia in cui si legge che “va evitata la pubblicazione di tutti gli elementi che possano con facilità portare alla sua identificazione, quali le generalità dei genitori, l’indirizzo dell’abitazione o della residenza, la scuola, la parrocchia o il sodalizio frequentati, e qualsiasi altra indicazione o elemento: foto e filmati televisivi non schermati, messaggi e immagini on-line che possano contribuire alla sua individuazione”.

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Giulia Maria Falzea

Informazioni su Giulia Maria Falzea

All’anagrafe ho tre nomi dal gusto vagamente religioso: Giulia Maria Benedetta, il che, crea in me parecchie confusioni esistenziali e interpretative. Infatti tre sono le sole cose su cui non nutro dubbi: non sono religiosa, sono (tristemente) di sinistra e mi piace la pasta al sugo. Vengo dal sud soleggiato e disperato insieme, ho vissuto a Bologna, Londra, Roma, Milano e Bari: tutti posti in cui mi sento a casa, sebbene sono e resto una migrante. Ecco perché quello di cui scrivo sono le storie migranti. Da bambina la mia Barbie preferita era una stangona “color di cioccolata” chiamata Dambisa, ecco perché il mio spazio su Sfera Pubblica si chiama: Vorrei la pelle nera. So cucinare, ho un cane bassotto, e coltivo relazioni sentimentali instabili. Al mio funerale deve essere suonata questa canzone: Nina Simone – Ain't Got No, I Got Life
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