Come si è arrivati alla scissione di Sel

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Nichi Vendola

Più che di scissione, al momento, sarebbe opportuno parlare di fuoriuscita di alcuni dirigenti. Ma la questione è solo un alambicco lessicale: con le dimissioni di due big come Gennaro Migliore e Claudio Fava, Sel si avvia alla chiusura del proprio ciclo politico, almeno così come lo abbiamo conosciuto.

I fatti degli ultimi giorni

Le cronache degli ultimi giorni sono dense di polemiche, culminate nelle dichiarazioni di Migliore, che ha anche lasciato l’incarico di capogruppo alla Camera, e di Claudio Fava, che con Fabio Mussi respinse l’idea di sciogliere i Ds nel Pd e ora scende dalla barca vendoliana. Anche Titti Di Salvo e Ileana Piazzoni hanno lasciato.

Il motivo della contesa non è affatto secondario, perché attiene alla linea di Sinistra ecologia e libertà rispetto al governo, e non solo. Migliore e Fava, infatti, spingevano per una posizione dialogante con il Partito democratico (non solo sul decreto Irpef che ha portato i “mitici” 80 euro in busta paga). Il coordinatore nazionale, Nicola Fratoianni, spesso indicato come il “pupillo” di Nichi Vendola, era invece orientato su una chiusura intransigente, salvo rari casi (gli 80 euro, appunto).

Il dissenso si è ufficialmente manifestato sul tema dell’Europa, in merito all’adesione ai gruppi. Alla fine ha prevalso l’ingresso nel Gue, la sinistra europea, rispetto alla richiesta avanzata da Migliore di aderire a quello dei socialisti e dei democratici (S&D). Insomma, c’erano ormai due partiti in uno (peraltro già abbastanza piccolo dal punto di vista dei voti).

Le macerie a sinistra formano la Syriza d’Italia?

Il superamento del 4% della Lista Tsipras alle elezioni Europee sembrava il momento di rilancio della sinistra radicale. Invece quel risultato assomiglia più al canto del cigno, che ha lasciato in un panorama deprimente. Il caso Spinelli con il “vado-nonvado” all’Europarlamento (dopo aver sbandierato di non volerci andare) è stato il preallarme, seguito dallo psicodramma di Sel sul collocamento nel gruppo europe.

In un contesto di macerie, però, c’è una pallida speranza: provare a ricostruire. Dopo il voto del 25 maggio lo scenario prospettato era quello di una Syriza italiana sulla base del modello in Grecia con un “cartello di partiti” aggregato sotto un’unica sigla. Ma ad Atene c’è Alexis Tsipras, che ha il carisma per tenere unite varie anime.

In Italia un partito come Sel, che elettoralmente non raggiunge il 4%, vive una lacerante scissione ed è ormai incapace di dialogare con l’elettorato di riferimento, in primis gli operai.

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