5 consigli ai militanti dell’antirenzismo

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi

Questo articolo va letto come un elenco di cinque consigli non richiesti. Se volete bypassare l’introduzione (ma sarebbe meglio di no) scorrete in basso e leggete la lista di chi arriva dal ventennio berlusconiano, cercando di trarre degli insegnamenti di quell’esperienza (non richiesta esattamente come questo articolo).

Il risultato del Pd alle Europee ha prodotto, in via definitiva, una nuova categoria della politica: l’antirenzismo, che sembra il prosieguo dell’antiberlusconismo.

Beninteso già prima c’era una nutrita truppa di militanti antirenziani. Ma il Rottamatore, o ex tale, oltre a raccogliere una simpatia trasversale, veniva visto come un “male necessario” da molti elettori di centrosinistra.

Lo straripante successo di Renzi ha subito rafforzato l’antipatia verso la tirannia del 41% (spiegata più o meno in questo articolo). La summenzionata categoria dell’antirenzismo ha trovato nuovi adepti (insieme a quella opposta dell’iperrenzismo).

I 5 consigli ai militanti dell’antirenzismo per non bissare l’antiberlusconismo

Nella politica è giusto criticare un leader, anzi è doveroso perché in tal modo si contrasta una visione “unica”. Tuttavia, il consiglio è quello di non ripetere gli errori commessi a profusione dall’antiberlusconismo. Ecco la personalissima mini guida.

  • Primo: non cavillare sulle promesse non mantenute, specie se legate a concetti politichesi. Per esempio agli elettori interessa poco o nulla che la legge elettorale non sia stata approvata entro l’estate. Renzi, da presidente del Consiglio, ha mantenuto la promessa più importante: gli 80 euro in busta paga. Risparmiamo, perciò, la lista di quante volte Berlusconi sia stato perdonato per non aver rispettato le promesse.
  • Secondo: non ridimensionare le misure popolari, tipo gli 80 euro (che, va detto, sono stati un colpo da biliardo), o l’intervento sul finanziamento ai partiti (che in realtà era stato avviato dal governo Letta, ma il successore si è intestato i meriti almeno mediaticamente). Le opposizioni, all’epoca, criticarono l’aumento delle pensioni minime e la Social card di Berlusconi, dando l’idea di essere “contro” i cittadini, specie i più anziani.
  • Terzo: non buttarla sulla cronaca giudiziaria (con gli argomenti Greganti e Orsoni). Questa strategia è buona per Il Fatto Quotidiano, che vende qualche copia in più, ma politicamente appare poco efficace, perché Renzi gode ancora dell’immagine di “uomo nuovo”, mentre gli indagati appartengono al “vecchio”. L’antiberlusconismo ha dimostrato che la crocifissione giudiziaria spesso genere l’effetto-vittima, finendo per favorire il leader stesso.
  • Quarto: non cercare dimostrare Renzi non sia “il nuovo”. Nell’opinione pubblica ha saputo costruirsi questo profilo e ora, salvo errori, può giovarne per qualche tempo. Del resto Berlusconi parla tutt’oggi dei politici come se lui non avesse mai avuto ruoli istituzionali e sia entrato in politica due ore fa.
  • Quinto: non buttarla sul “Renzi dittatore”. Questa è l’errore peggiore: gli italiani, dopo anni di scelte rinviate, vogliono un leader che decida, un “uomo del fare”, un decisionista. Come amava presentarsi Berlusconi.

Il consiglio a piè di lista è quello più positivo, senza il “non”: bisogna contrastare Renzi con le proposte concrete. Che è un comportamento buono per la qualità complessiva del dibattito politico e che metterebbe molto più in difficoltà il presidente del Consiglio.

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