Renzi, il Pd e le riforme senza Mineo

La sinistra ha una grande tradizione di sconfitte, tanto da aver sviluppato una solida capacità di perdere bene. Per contro, ovviamente, non vanta una grande confidenza con le vittorie, tanto da averle gestite sempre male quando questo raro evento si è verificato (do you remember Romano Prodi, capitolo I e capitolo II?).

Nella rivoluzione del Pd, portata da Matteo Renzi, dovrebbe perciò esserci anche questo ingrediente, molto saporito nonché fondamentale (quasi quanto le necessarie riforme): la capacità di gestire i successi e nel caso delle Europee è bene usare il termine “trionfo”. Il segretario (del Partito democratico) e presidente (del Consiglio) aveva illuso tutti di aver la qualità eccezionale di vincere, senza eccedere nei comportamenti. La conferenza stampa post elettorale era stata priva di eccessi euforici, all’insegna della responsabilità.

Ma è stata una pia illusione: dopo tre settimane Renzi ha usato metodi abbastanza sbrigativi verso la minoranza del Pd, che comunque resta il partito anche di quelli che non seguono fedelmente la linea, tipo l’ex giornalista Corradino Mineo finito suo malgrado al centro di un caso. E così nella narrazione renziana, o meglio dei iperrenziani, anche Pippo Civati, l’ex sodale della primissima Leopolda, è diventato un guastafeste che si mette a questionare sulle riforme. Come se l’argomento fosse una quisquilia, al massimo una partita a briscola durante la calura estiva.

A dirla tutta è bene che le minoranze, inclusa Left Wing (meglio noti come Giovani Turchi), coltivino una visione politica alternativa, sebbene nel solco della lealtà. La democrazia funziona così. Altrimenti si cede alla tentazione un po’ berlusconiana e un po’ grillina del Pensiero Unico sotto lo slogan “io ho i voti, quindi vi adeguate”.

Nello specifico il caso Mineo avrebbe necessitato di una sensibilità diversa, per evitare che si trasformasse in un caso. La proposta di riforma costituzionale del senatore contiene tanti elementi interessanti (qui il testo completo), che avrebbero cambiato profondamente l’impostazione dell’asse Renzi-Boschi, ma non è detto che il disegno sarebbe peggiorato. Anzi.

Il tema delle riforme non può essere sacrificato sull’altare della velocità renziana, sorda ai consigli altrui. Peraltro i tempi sarebbero altrettanto celeri se si prestasse attenzione i buoni suggerimenti (forniti per rendere più forte le riforme non per azzopparle. E che provengono dall’interno del partito guidato da Renzi, ma che non è di proprietà di Renzi.

Stefano Iannaccone

Informazioni su Stefano Iannaccone

È nato pessimista nell'81, ma non si sa ancora bene di quale Secolo. Intanto, è diventato giornalista professionista, collaborando per varie testate tra cui Ilfattoquotidiano.it, Gli Stati Generali, La Notizia. Ora è addetto stampa di Possibile. Tra un raffreddore e l’altro ha pubblicato tre romanzi. Twitter: @SteI