God save Italy: cosa c’è da sapere su Italia – Inghilterra

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Fino a quarantuno anni fa eravamo convinti di non saperli battere gli inglesi, da noi e da loro era sempre la stessa storia e perfino da neolaureati campioni del mondo, anno 1934, le avevamo buscate: a Highbury, 3-2, dopo esser stato sotto di tre reti e aver parzialmente rimontato con la doppietta di Meazza. Quella lì fu una trappola vera e propria, loro che sfidavano noi, sul loro campo, fra nebbia e fango, per dimostrare d’essere più forti dei campioni in carica.

Altre storie, la politica che s’immischiava nelle faccende pallonare era realtà anche ottant’anni fa, mica accade solo oggi. Quarantuno anni fa – accennavamo – riuscimmo a battere gli inglesi due volte di fila, a casa nostra 2-0, teatro delle ostilità Torino e a Wembley, 1-0, primo blitz in terra d’Albione con Capello a ribattere in porta a quattro minuti dal triplice fischio una corta respinta del portiere antagonista su tiraccio di Chinaglia, uno che su certi campi e in certe condizioni la faceva sempre da padrone. Pensare che quel primo successo in Gran Bretagna arrivò trentanove anni dopo la beffa di Higbury, sempre di 14 novembre, restituisce onori pure alla squadra di Pozzo, vittima a suo tempo d’una sconfitta annunciata.

C’è un successo azzurro nel 1976, 2-0 col Bettega juventino a volo d’angelo che incorna e batte le sentinelle inglesi, forse stranite dall’autogol in apertura di king Kevin Keagan, fra le più forti ali made in England.

Pure Tardelli nel 1980 osò griffare un successo valido per l’Europeo del 1980 e a Italia ’90 Baggio e Schillaci vidimarono la finale di consolazione disputata a Bari proprio contro i britannici: noi sconfitti da Maradona e Caniggia, loro dai panzer ventiquattro anni dopo il 4-2 inflitto anche grazie all’arcinoto gol fantasma.

Noi stavolta speriamo che il “God save” torni più utile all’Italia che alla regina. Le vogliamo bene, quasi la vorremmo come zia, o almeno come “vecchia amica di famiglia”. Ma quando si parla di football non amiamo i suoi colori pastello. Anzi, preferiamo le tinte forti.

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Massimiliano Morelli

Informazioni su Massimiliano Morelli

In giro si dice che sia sempre meglio fare il giornalista che lavorare ma lui, Massimiliano Morelli, preferisce fare il padre specie quando si guarda attorno e trova esaltati della comunicazione, miracolati della professione, colleghi che scrivono qual è con l'apostrofo convinti però d'essere la reincarnazione di Montanelli. Scrive di sport, dicono in maniera romanzata. Una volta per togliersi lo sfizio ha mandato a dieci testate altrettanti c.v. col suo nome, altri dieci simulando d'esser donna procace e altri dieci camuffando il cognome, fingendosi figlio d'un padre vecchia firma del giornalismo. Gli sono arrivate venti risposte per presentarsi su trenta. Peccato non sia donna procace né figlio di grande firma.
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